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Orso Papillon non è Baloo e nemmeno Yoghi: smettetela di umanizzare gli animali

Demenziale il dibattito social sull’esemplare catturato in Trentino. Ma i programmi di re-introduzione in natura non funzionano come i cartoni animati

di Jacopo Giliberto

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Demenziale il dibattito social sull’esemplare catturato in Trentino. Ma i programmi di re-introduzione in natura non funzionano come i cartoni animati


5' di lettura

L’antropomorfizzazione di Walt Disney e Hanna & Barbera ha fatto presa fra i cittadini e mette a rischio la sopravvivenza delle comunità di orsi nelle zone dove vive l’uomo. Ma il rischio si ripete anche con i lupi, con le linci, con i grandi erbivori trasformati in Bambi. Ma ecco il fatto: alla seconda evasione per la terza volta è stato ricatturato M49, che non è la sigla di un’arma da assalto o di un mezzo blindato, ma è la denominazione scientifica di un esemplare di orso molto aggressivo che fino all’altro giorno vagava per i boschi (e fra le case) del Trentino dove era stato «importato».

Umanizzare un animale

Umanizzare gli animali è un fenomeno diffusissimo: c’è chi parla con voce da bambino cretinetti rivolgendosi a dignitosissimi cani e chi, senza pietà, impone loro abitini da pagliaccetto. C’è chi nei boschi s’imbatte nel cerbiatto neonato accucciato nell’erba e, malinterpretando le dinamiche della natura, pensa al Bambi abbandonato di Walt Disne y e s’affretta a volerlo salvare (mai avvicinarsi ai cerbiatti neonati: non sono abbandonati e se ci si avvicina si rischia di condannarli a morte. Allontanarsi subito in punta di piedi).

L’umanizzazione si è ripetuta con M49

La ricattura dell’esemplare di orso dal carattere pericoloso ha riavviato sui social i commenti di cittadini che ne invocano la libertà, ne ricreano una natura umana, ne immaginano i sentimenti. Perfino il ministro dell’Ambiente, l’ex generale quinquistelle della Forestale Sergio Costa, si è associato a questo anelito di libertà attribuendo all’animale un nome umano, Papillon, ispirato al personaggio di un personaggio di un romanzo e di un film (il Papillon del 1973) prigioniero ed evaso. Il Wwf rafforza poi l’umanizzazione: «Una vera e propria persecuzione verso Papillon».

Tra Baloo e Yoghi

Tanto entusiasmo orsòfilo da parte di comuni cittadini fa pensare all’orso Baloo (Il libro della giungla, 1967) o ai cicli di cartoni animati di Yoghi e Bubu. Orsi simpatici e giocherelloni la cui attività principale è accontentarsi di «poche briciole» oppure di rubare le merendine ai turisti sotto il naso del ranger Smith. L’animale M49 (oppure Papillon, se piace antromorfizzare l’orso) invece non è una bestiola simpatica. Non è simpatico né antipatico. È un orso, né buono né cattivo, e ha un carattere particolarmente aggressivo. Il radiocollare, nel suo caso, è inutile perché già in precedenza si era liberato del dispositivo ed era entrato in clandestinità. E questa aggressività, se l’umanizzazione impedisce di governare il rapporto con l’animale, rischia di mettere a rischio tutti gli orsi del Trentino.

Dipingere con tutti i colori del vento

Su Twitter ho letto: l’orso Papillon dipinge con tutti i colori del vento. È un ribelle che lotta per la libertà e contro il sistema. Gli uomini sconfinano nel suo territorio. In un bel racconto pubblicato dalla Stampa («Papillon torna in gabbia, acciuffato l’orso ribelle che si batte per la libertà»), Paola Mastrocola immagina di essere l’orso M49, inventandone emozioni e sensazioni. Eccone un passo: «La prima volta non lo sapevo. Credevo fosse un gioco. Stavo rincorrendo farfalle, mi piacciono da morire. Me l’aveva insegnato la mia mamma, a farne scorpacciate. Andavamo a caccia tutto il giorno, lei ed io, poi la sera ci facevamo un’insalata di farfalle». Qualcuno ha anche pensato di aprire su Twitter un account dedicato all’orso violento, fingendo di interpretarne i pensieri.

Com’è difficile la re-introduzione in natura

La reazione dei cittadini sui social è quasi unanime, quasi sempre indignata e quasi sempre assegna valori umani all’animalone selvatico. È quasi unanime e non unanime, la reazione, perché dall’altra parte si esprimono i naturalisti, i biologi, gli scienziati, gli abitanti dei boschi, gli ecologi, gli esperti. Naturalisti e ecologi dicono che l’orso va gestito. In Trentino l’orso era scomparso a metà del Novecento (a colpi di schioppettate) ed è stato re-introdotto artificialmente negli ultimi anni con una scelta coraggiosa per costi e per consenso. La decisione venne appoggiata dagli abitanti, impegnò un tempo lunghissimo fra le comunità locali, gli amministratori pubblici e gli ecologi per stabilire le regole naturalistiche d’ingaggio e i dettagli dell’operazione orso. L’obiettivo della rintroduzione è stato ed è tuttora avere in Trentino una popolazione stabile di orsi con cui sia possibile la convivenza.

I conflitti fra l’orso e l’uomo

L’orso va gestito perché, come anche altri carnivori (è il caso del lupo), l’orso produce molti conflitti con le attività umane. L’orso soprattutto uccide bestiame per cibarsene, oppure distrugge colture e frutteti, ma a volte arriva anche a costituire rischi seri per la salute e la vita delle persone. L’orso è un animale dai muscoli di forza sovrumana, dalla corsa velocissima (non ci si illuda di salvarsi con la fuga), dagli unghioni pericolosissimi e dalla curiosità attiva. Il carattere allegro degli esemplari più gioviali consente una relazione positiva, ma gli animali aggressivi sono una minaccia per la comunità umana. Dovunque nel mondo vi siano orsi, lì viene fatta una pianificazione per poterne gestire la presenza soprattutto nel caso di animali violenti.

L’esempio dell’orso marsicano

Si è visto con l’orso marsicano in Abruzzo (il piano di gestione dell’orso abruzzese si chiama Patom) che se gli esemplari aggressivi vengono confinati e viene impedito loro anche di riprodursi, la specie si seleziona verso animali dal carattere più tranquillo e meno aggressivo e ciò migliora il rapporto con la popolazione umana. Si è visto in Canadà che i casi di animali aggressivi non sono risolti spostando l’orso in zone remote e disabitate: lo stress del trasporto, l’isolamento, la diversa disponibilità di cibo rendono l’animale ancora più violento oppure lo condannano alla morte rapida. Si è visto che se gli animali aggressivi non vengono confinati, la popolazione insorge. Se la comunità teme l’aggressione mentre si passeggia in campagna, quando a piedi si torna camminando a margine dell’abetaia con il giornale sottobraccio e il pane fresco, o quando i bambini giocano in giardino - cioè nella vita quotidiana - allora scatta il meccanismo di repulsa non contro quell’orso ma contro tutti gli orsi. Cominciano le ronde di bracconieri. Persone inesperte di gestione degli orsi sparano indiscriminatamente contro tutti gli animali di quella specie. La doppietta viene appesa sopra al camino con i colpi in canna, pronta a sparare qualora un orsetto venisse a rovistare nello stesso giardino in cui giocano i bambini. Oppure firmano petizioni per l’abbattimento di tutti gli animali. Una caccia alle streghe, o meglio agli orsi. L'intera comunità di animali verrebbe messa a rischio.

Gradualità di interventi

Come nel caso dell'Abruzzo con il piano Patom, così la gestione dell’orso nelle Alpi centro-orientali segue il dettagliato piano d’azione interregionale Pacobace scritto da naturalisti ed ecologi esperti sotto il controllo del ministero dell’Ambiente, dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e delle amministrazioni locali di Veneto, Trentino, Alto Adige e altre zone confinanti. Il piano Pacobace individua una graduatoria di conflitti con l’uomo, dai meno gravi (l’orso si avvicina ai centri abitati) fino a quelli di maggiore rischio (l’orso attacca l’uomo deliberatamente) e per ogni conflitto il piano indica le azioni da condurre. Le misure di gestione dei conflitti passano attraverso un controllo periodico e poco severo degli spostamenti, il monitoraggio continuo dell’esemplare violento, per esempio con un radiocollare (l’orso M49 ne era stato dotato ma se ne era liberato), fino alla cattura ma anche fino all'abbattimento per i casi più gravi.

Abbattere l’esemplare per salvare la specie

Non è un controsenso abbattere un animale che si vuole salvaguardare. L’obiettivo è salvare la specie, non il singolo esemplare. Lo scopo della rintroduzione dell’orso nelle Alpi Orientali non riguarda un solo animale ma l’intera popolazione di orsi. Se l’animale violento viene tolto dalla circolazione e gli viene impedita anche la riproduzione (con la cattura; l’abbattimento è un caso estremo adottato raramente), dopo alcuni anni tutta la comunità di animali sarà composta da orsi più miti.

L’ergastolo

L’orso M49 non sarà abbattuto, come invece era accaduto all’ orsa Daniza ; né saranno abbattuti gli altri eventuali orsi aggressivi che si manifesteranno.
Per risparmiare le critiche dei cittadini, gli animali violenti verranno civilmente e urbanamente condannati all’ergastolo.
Non so immaginare i sentimenti di un orso e non posso dire se in chiave orsesca la prigionia a vita sia migliore di una morte veloce. Lascio l’interpretazione dei sentimenti orseschi ai cittadini dei social.

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