istat e fruitimprese

Ortofrutta, meno export e più import: Italia superata da Spagna e Olanda

Carenze logistiche, dazi, cimice asiatica e accordi fitosanitari Ue all’origine della crisi: forbice di 66mila tonnellate a favore delle importazioni

di Silvia Marzialetti


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Le pere, con mele e kiwi, sono il frutto che più ha risentito di cali produttivi con picchi fino a -60%

3' di lettura

Sono 133 i milioni di euro persi nell’export nei primi dieci mesi del 2019 – che equivalgono a un calo percentuale del 3,6 – per un’impennata dei valori dell’import di oltre il 10%. La fotografia scattata dall’Istat (e rielaborata da Fruitimprese) sull’ortofrutta conferma un trend in via di consolidamento: nel saldo l’Italia importa più di quello che esporta e non solo in “controstagione”.

Lo sbilanciamento sui volumi si è tradotto in una forbice di 66 mila tonnellate a favore dell’import e in una riduzione drastica del saldo della bilancia commerciale, che da 627 milioni è sceso a poco più di 157 milioni di euro. In poco più di due anni – l’ultimo record in campo ortofrutticolo risale al 2017, con cinque miliardi di euro di prodotti esportati – dazi, crisi climatiche, nuovi virus hanno ridisegnato la fisionomia di un Paese che da top player dell’export, si è ritagliato una vocazione prevalentemente orientata all’import: un’attitudine non più circoscritta alle sole categorie merceologiche prodotte prevalentemente all’estero – come la frutta tropicale o la frutta secca – ma anche a prodotti core del territorio, come legumi, ortaggi, agrumi.

COMMERCIO ESTERO ORTOFRUTTICOLO Confronto primi dieci mesi degli anni 2018-2019

Si allarga la forbice con la Spagna che, sebbene in fase calante dal punto di vista delle superfici, riesce a mantenere un buon trend sull’export, con 13 miliardi di euro di ortofrutta esportata, e con nuovi competitor sempre più aggressivi come i Paesi Bassi, che nel 2018 hanno traguardato gli 11,3 miliardi di euro tra esportazione e riesportazione (dati Eurostat), forti di una logistica all’avanguardia. L’Italia nel 2018 si è fermata a 4,6 miliardi.

Scarsa programmazione politica
Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, non ha dubbi: «Paghiamo lo scotto di una scarsa programmazione, la mancata aggregazione tra aziende e i ritardi accumulati in alcuni settori come l’innovazione varietale, che soltanto negli ultimi tempi sta recuperando il gap nel comparto dei kiwi, delle mele e dell’uva senza semi».
Alla tempesta abbattutasi sul settore, hanno contribuito anche il combinato disposto delle emergenze climatiche e fitosanitarie.

L’allarme meteo e cimice asiatica
«Grandinate, gelate tardive, siccità, alluvioni, trombe d’aria sono fenomeni sempre più frequenti», commentano dal Centro servizi ortofrutticoli (Cso) di Ferrara. La piovosità e le basse temperature dello scorso maggio, in particolare, hanno provocato cali produttivi in tutti i comparti: pere (-60% su alcune varietà), mele e kiwi (-40%).

Anche la carica dei nuovi virus globali sta decimando le produzioni: dopo Psa e moria, il nemico numero uno nelle campagne ora è rappresentato dalla cimice asiatica, che ha prodotto un abbattimento delle superfici tra il 5 e il 10% e il blocco totale dei reimpianti. «L'impatto del virus su aziende e filiera ammonta a 588 milioni», commenta Davide Vernocchi (Alleanza Cooperative).

Il Ddl Bilancio ha stanziato 80 milioni per gli indennizzi e ieri il ministero delle Politiche agricole ha incassato la disponibilità dell’Abi ad andare oltre i dodici mesi di moratoria previsti dall’accordo sul credito, per agevolare le aziende agricole. «Ancora nessun segnale, invece, in merito alla richiesta di convocazione di un tavolo urgente», conclude Vernocchi.

Più in generale, dietro i numeri della bilancia ortofrutticola nazionale si nasconde un crescente gap di competitività legato a fattori che da decenni presenti: manodopera costosa, logistica inefficiente (troppa gomma e poco treno, tempi lunghi via mare), lentezza e farraginosità nello sviluppo di accordi commerciali con nuovi clienti.

Protocolli Ue e embargo russo
C’è poi l’annosa questione dei dossier fitosanitari e dei protocolli d’intesa, che creano disparità di trattamento in ambito Ue, in assenza di regole comunitarie uniformi. «Nella sottoscrizione degli accordi bilaterali vince chi è più organizzato, efficiente, veloce e ha maggiori capacità diplomatiche – commenta Salvi –. Così mentre Spagna, Polonia, Grecia aprono nuovi mercati, noi rimaniamo a guardare».

C’è poi la certezza di mercati che si chiudono: l’embargo russo ha prodotto sulle imprese europee specializzate in ortofrutta un calo di fatturato 2 miliardi e mezzo.«La Russia rappresentava il principale mercato di sbocco europeo per l’export ortofrutticolo - conclude Salvi - e non è stato mai rimpiazzato». Mentre il mercato dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo come Tunisia o Libia, nostro principale importatore di mele, è sottoposto a continue instabilità politiche. Segnali positivi arrivano dal Sudamerica e dall’Asia: Corea del Sud e Colombia hanno riaperto al kiwi che ha debuttato sul mercato messicano. Il mercato più ambito è quello cinese, già conquistato da kiwi, limoni e arance, e dove si è aperto il negoziato per il protocollo fitosanitario. In fase avanzata anche i negoziati per l’apertura del mercato thailandese per le mele italiane, mentre l’export verso Taiwan dovrebbe partire tra poco.

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