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Oscar 2020: di virus, parassiti e maschi alfa

Anatomia completissima delle statuette alla vigilia della consegna – con catalogo ragionato degli aspiranti, previsioni sui vincitori e auspici sudcoreani

di Federica Polidoro

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Anatomia completissima delle statuette alla vigilia della consegna – con catalogo ragionato degli aspiranti, previsioni sui vincitori e auspici sudcoreani


9' di lettura

Il vecchio col girello all'ingresso della corte suprema di New York è Harvey Weinstein. Chi poteva immaginare questa misera fine per un uomo tanto potente. Adesso, accusato di molestie da qualsiasi donna di Hollywood e dintorni, si aggira nel palazzo di giustizia pallido e spelacchiato con gli occhi persi nel vuoto. Incarnazione degli stessi vizi che sessanta anni prima Kenneth Anger aveva descritto nel cult Hollywood Babilonia, Weinstein è ormai un reietto, condannato, per la legge del contrappasso, a una sadica gogna mediatica. Vittima dei suoi più fedeli alleati, coloro che per anni hanno finto di non sapere.

Finito lui, Tinsel Town doveva essere salva. Le donne non sarebbero state più molestate. Ognuno avrebbe avuto lo spazio che meritava, chiunque sarebbe stato rispettato. Ma questa è la realtà e non una favola Disney.
Nel dubbio che anche la sofferta andatura claudicante di quell'uomo, una volta gigante e adesso soltanto larva, sia parte di uno show più grande, è partita la corsa alla 92° edizione degli Oscar, anticipata quest'anno di tre settimane, tanto da togliere quel poco di visibilità e respiro al sofferente cinema indipendente, col Sundance che si è chiuso proprio in questi giorni, più in sordina che mai.

Bianco, maschile, singolare
«Complimenti a tutti quegli uomini!», è la provocazione di Issa Rae, che il 13 gennaio presenta le nomination alla regia degli Oscar 2020. Nessuna donna. Neppure l'ombra. Nemmeno Greta Gerwig ce la fa.
Dopo quattro anni di orazioni, prediche e omelie di varia specie e grado sulla parità di genere e opportunità, arriva l'ennesima edizione Dash. «Bianco che più bianco non si può», dice sul palco dei Bafta Graham Norton introducendo il protagonista di Joker, primo comic elevato allo status di film d'arte. E allora ecco Joaquin Phoenix, lo spettrale psicopatico, che, deposta la maschera di cerone color titanio, appena arrivato sul palco per ritirare il suo premio, ricomincia il sermone. Ed è un «uncomfortable silence», scrive Catherine Shoard sul Guardian domenica 2 febbraio, che accoglie l'accorato discorso: «Credo che nessuno voglia l'elemosina», ha detto, «né trattamenti preferenziali, le persone vogliono solo riconoscimento, apprezzamento e rispetto per il loro lavoro».
Phoenix ha ragione: meglio non ricevere nomination se è soltanto per alzare le quote rosa, come spesso è accaduto, non solo alla notte degli Oscar. Le donne, d'altra parte, in regia hanno meno esperienza, perché quasi sempre non hanno modo di farla.

Occasioni sprecate
Greta Gerwig, con il remake del classico Piccole Donne, era frontrunner del gentil sesso prima delle nomination ufficiali. Si è impegnata e aveva le migliori maestranze: Alexandre Desplat alla colonna sonora, i costumi di Jaqueline Durran (Espiazione, 2007, Anna Karenina, 2012), le scenografie di Jess Gonchor (Hail, Caesar!, 2016, Non è un paese per vecchi, 2007), la favolosa Saoirse Ronan – che non a caso ha ricevuto la sua quarta nomination per l'interpretazione di Josephine March. Ma non è stata in grado di dirigere alcuni attori che sono rimasti fuori parte. Più eclatante di tutti il caso di Laura Dern, tanto brava come divorzista in Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, quanto ridicola nel ruolo di madre delle quattro sorelle March. Con l'ansia da prestazione e anche un po' di tracotanza, la ancora acerba Gerwig, ha sprecato una grande opportunità e il film, che aveva un potenziale incredibile e tutti i numeri per sfondare sembra incompiuto.

Una scena di “Piccole donne”

Una scena di “Storia di un matrimonio”

Molto rumore per nulla
È ancora presto forse per vedere i risultati della riforma avviata dall'ex presidente degli Academy Oscar Boone Isaacs con la progressiva iniezione nel collettivo votante di rappresentanti di varie etnie e generi. Inutile girarci intorno, le cose non funzionano. Nel caos post Weinstein molte attricette, disponibili a tutto in cambio un po' di visibilità, si sono accodate ai vari movimenti di protesta, sorti con l'ormai inderogabile necessità di cambiamento. Da pantere assatanate a pelate novizie, le loro affiliazioni al cosiddetto #metoo, che risuona come il verso di un gregge piuttosto che un grido di rivolta o un civile appello alla dignità, hanno svilito ancora di più la surreale situazione di disparità di genere, creando un alibi all'atmosfera di misoginia e facendo perdere di credibilità anche a chi è davvero vittima di un sistema marcio e antiquato. A confronto, sembra condotta in maniera più seria la contestazione degli Angeli di Victoria's Secret, vittime secondo quanto riportato da un articolo del New York Times del 1° febbraio, “Angels” in Hell: The Culture of Misogyny Inside Victoria's Secret, di trattamenti discriminatori durante gli eventi del noto brand.

Jenny, Lulu, Lorene e le altre ragazze del mucchio
Tra le registe favorite di quest'anno c'era poi Lorene Scafaria con il suo film sulle spogliarelliste, The Hustlers. E grande è stato lo sdegno quando Jennifer Lopez non ha ottenuto la nomination da lapdancer. Vendetta riscossa con lo spettacolo d'intermezzo al Super Bowl, dove contro il tempo e la gravità, nell'elegantissima, non meno acrobatica, posa in cima al palo, la super star ha infiammato il testosterone nella platea. Forse non c'è da stupirsi della sconfitta, se si conduce la guerra all'idea della donna oggetto con un'asta di 3 metri fra le gambe. Definitivamente la sua presenza in lizza non sarebbe stata d'aiuto alla causa. Riconosciuto il valore di Farewell di Lulu Wang, che però ha peccato sulla tempistica, arrivando molto dopo tutta la filmografia di Kore'eda Hirokazu, il film è inconfutabilmente più debole rispetto ad altre pellicole di quest'anno. Capitolo chiuso per il momento, anche per la valente Awkwafina, protagonista del film.

Una scena da “The Farewell”

Netflix e la guerra dello Streaming
Date le premesse, il fatto più rilevante è che Netflix ha ottenuto 24 nomination, superando tutte le major. The Irishman, Storia di un matrimonio, I due papi e Made in USA – Una fabbrica in Ohio, primo documentario prodotto dagli Obama, hanno sbancato. Peccato solo che Diamanti grezzi non abbia ricevuto sufficiente attenzione. Una vera rivelazione il film dei fratelli Safdie, e strepitoso Adam Sandler nella parte dell'accanito scommettitore. Più di qualcuno tra gli esperti si è chiesto come mai è questo titolo è stato snobbato. Alla fine del 2019 alcuni media avevano annunciato un'emorragia di iscritti con perdite del colosso streaming fino a 8 milioni di utenti, di cui pare una parte assorbiti dalla neonata Disney+, in arrivo a breve anche in Italia. Il 21 gennaio del nuovo anno invece il Ceo, Reed Hastings, ha parlato di un 20 per cento di crescita, grazie proprio agli attesissimi film di Martin Scorsese, Steven Soderbergh e Fernando Meirelles. L'autorità di Netflix nel settore cinematografico aumenta in maniera esponenziale: assicurandosi la presenza nei festival più prestigiosi con quegli artisti di altissimo calibro che per i motivi più disparati faticano a trovare fondi con i sistemi tradizionali, l'azienda è riuscita a stagliarsi nel firmamento hollywoodiano in pochissimo tempo. Prontezza di riflessi anche nelle produzioni seriali. In questi giorni caldi della diffusione del nuovo corona virus, il lancio di Contagion tiene incollati ai dispositivi milioni di spettatori, che così almeno non vanno in giro ad ammalarsi.

Una scena da “Irishman”

Una scena da “I due papi”

Decontaminazione
A proposito di contagi è inevitabile parlare di Parasite del coreano Bong Joon Ho come caso dell'anno. Noi di IL abbiamo avuto un'esclusiva video di dieci minuti col regista prima che diventasse una hit al botteghino statunitense con quasi 170 milioni di dollari di incassi. Il cinema sudcoreano negli ultimi 20 anni ha avuto una parabola ascendente da Park Chan Wook a Lee Chang Dong. Ma con Parasite, thriller iperrealista sulle disparità sociali e Palma d'Oro a Cannes, Bong Joon Ho ha intrigato lo spettatore globale. Successo al box office, trionfo di critica e incetta di premi, il regista è diventato un fenomeno social con l'hashtag #BongHive, ritwittato anche da superstar come Beyoncé. Must-have-selfie delle star hollywoodiane, seguito come un'ombra dalla fedele interprete Sharon Choi, ha fatto versare ettolitri di inchiostro alla stampa di mezzo mondo, prestandosi a giochi ed esperimenti di ogni sorta sul web o in tv, da The Hollywood Reporter al Jimmy Fallon Show e non c'è stato media che non l'abbia celebrato. Ha addirittura avviato una collaborazione da guest editor con il magazine Sight and Sound ed è infine arrivato agli Oscar con 6 nomination, tra cui miglior film e miglior regia, prima volta in assoluto per un film coreano.
Deve la sua fortuna americana anche alla lungimiranza di una giovanissima casa di distribuzione indipendente, la Neon film, nata appena due anni fa da Tom Quinn e Tim League, imprenditore cinefilo con un passato da gestore di sale d'essai e festival di genere. La Neon compete anche con il bellissimo documentario Honeyland di Tamara Kotevska and Ljubomir Stefanov. Se si sbircia nella library si trovano titoli come Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma e The Beach Bum di Harmony Korine.
Tornando a Bong, Parasite è stato il film più visto di sempre della programmazione del Lincoln Center di New York, dove è tuttora in cartellone nella sua versione in bianco e nero. Mentre vengono riportati in sala i suoi vecchi film, tra cui il capolavoro Memories of a Murder, che la Academy Two lancerà a breve anche in Italia, Bong è entrato nella storia come primo regista internazionale a vincere il Sag Aftra Award per la migliore performance del cast – l'unica nomination precedente, ma senza vittoria, era avvenuta nel 1997 per l'ensemble de La vita è bella di Roberto Benigni – e il premio alla migliore sceneggiatura originale ai Writer Guild Awards. Peccato che ai PGA (Producer Guild Awards) e ai DGA (Directors Guild Awards), rispettivamente i premi assegnati dalle associazioni di categoria di produttori e registi, la vittoria sia andata a 1917, perché queste due vittorie sono quelle che secondo le statistiche individuano in anticipo chi riceverà gli Oscar nelle medesime categorie. Tuttavia, mai dire mai.

Una scena da “Parasite”

Il canto delle sirene
La pellicola di Sam Mendes è stata l'ultima in ordine di apparizione nei cinema e anche se tra l'Academy e i film di guerra c'è una lunga storia d'amore è solo nei giorni recenti che il film è balzato in cima alle scommesse dei bookmakers. In un finto piano sequenza il regista racconta due giornate di un soldato che durante la Prima Guerra Mondiale ha il compito di salvare la squadra di compagni da un'imboscata nemica. Dietro lo stile avvincente di Mendes ci sono armi molto subdole. Lo spettatore a tratti ha l'impressione di giocare alla Playstation oppure di trovarsi in una realtà aumentata, una declinazione di certo apprezzata dai più giovani. Indubbi i meriti tecnici, su tutti la fotografia strepitosa di Roger Deakins che ritaglia la silhouette del militare su sfondi che cambiano colore insieme allo stato d'animo del protagonista, ma troppo ruffiana la regia e anche la dedica allo zio veterano, che agli occhi di un'ampia fetta dell'elettorato AMPAS suonerà come il canto delle sirene.

Una scena da “1917”

Big men, Little Woman
A novembre su Change.org veniva lanciata la proposta del professor Gene Del Vecchio dell'USC, Universitiy of Southern California, di aggiungere una categoria per il Miglior film popolare, ventilata, introdotta e subito abolita lo scorso anno. Del Vecchio, totalmente ignorato dall'Academy, avrà gioito del risultato ottenuto da un crowdpleaser come Joker. Il film di Todd Phillips, Leone D'oro all'ultimo Festival di Venezia e campione d'incassi al box office, è stato nominato in 11 categorie, più di chiunque altro per la corrente edizione, ed è tuttora motivo di accesa discussione per la violenza che promuove. Quindi mentre i biopic su Judy Garland e Harriet Taubman sono nominati solo per le interpretazioni delle protagoniste, quest'anno torna a fare trend il maschio alfa in tutte le sue declinazioni.

Gli altri
Oltre al prequel sul cattivo di Batman, che varrà a Phoenix l'Oscar come miglior protagonista, in lizza ci sono anche C'era una volta a… Hollywood che fino a un certo punto era dato come miglior film dell'anno e il bromance cattolico di Fernando Meirelles I due papi, nominato in modo inspiegabile anche per la sceneggiatura, un catalogo di cliché sul Vaticano. Tarantino, esperto nell'arte del détournement, fa leva sulla vanità dei votanti, che adorano sentir parlare di se stessi e vorrebbero vederlo sul podio. The Irishman, celebratissimo dai fan di Martin Scorsese in tutto il mondo è un film che molti votanti hanno trovato troppo lento e troppo lungo, a tratti anche noioso. Condannata anche la tanto decantata computer grafica usata per il ringiovanimento di Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino: cancellate le rughe, i movimenti sono rimasti quelli di un gruppo di vecchietti. E se non dovesse portare a casa l'agognata statuetta nemmeno la storica montatrice Thelma Schoonmaker pare che torneranno tutti a mani vuote. L'automobilistico Le Mans 66 – La grande sfida di James Mangold, pur entrando nella categoria Miglior film ha possibilità concrete solo nelle categorie tecniche del suono, mentre l'unica chance del neozelandese Taika Waititi è la vittoria per la migliore sceneggiatura non originale di Jojo Rabbit, storia di un bambino che passa le sue giornate con un amico immaginario di nome Hitler. Ci potrebbe essere un colpo di scena se Scarlett Johansson soffiasse il premio come miglior attrice a Laura Dern. La Johansson quest'anno è candidata in due categorie con due film diversi. Presentato in concorso a Venezia, Storia di un matrimonio di Noah Baumbach aveva inaugurato la stagione come favorito, per la sceneggiatura (originale), per gli attori Adam Driver, Scarlett Johansoon e Laura Dern, lei a questo punto della gara, è rimasta l'unica puntata sicura.

Una scena da “C’era una volta a Hollywood”

Parassiti e seminterrati
A vincere sarà probabilmente il canonico 1917 sia per la regia che per il miglior film. Non sarebbe neppure di buon auspicio, in tempi di guerra biologica al supervirus cinese, lasciar vincere un film coreano sui parassiti e la disuguaglianza sociale, di cui Hollywood si nutre. Sarebbe finalmente una cerimonia inclusiva e Hollywood ha dimostrato in tutti i modi che non è ancora pronta per uno shock del genere.

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