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Oslo e Praga in contromano: sono gli unici Paesi europei ad aumentare i tassi

di Mara Monti


Quali armi restano alla Bce in uno scenario di turbolenza sui mercati

3' di lettura

La Norvegia si chiama fuori dal club delle Banche centrali che finora hanno mostrato una visione della politica monetaria espansiva e per la terza volta ha alzato il costo del denaro portando il tasso di riferimento all’1,25 per cento. È da settembre che Norges Bank, la Banca centrale norvegese, ha abbracciato una politica monetaria restrittiva e non sembra intenzionata a cambiare visione dal momento che ha lasciato aperta la porta ad altri possibili rialzi.

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L’economia domestica norvegese resta solida, secondo quanto riportato nel comunicato ufficiale della Banca centrale, ma persistono incertezze esterne per il rallentamento delle economie dei principali paesi industrializzati con ricadute sulle prospettive del prezzo del petrolio: secondo le previsioni degli economisti, un altro rialzo dei tassi potrebbe avvenire in settembre, fino all’1,5 per cento.

La decisione della Banca centrale norvegese è arrivata dopo una serie di annunci da parte delle principali Banche centrali mondiali di tutt’altro tenore, a cominciare dalla Fed che non ha escluso una riduzione del costo del denaro, alla Bce pronta a utilizzare nuovamente il Quantitative easing come stimolo per la crescita dell’economia europea e in ultimo la Banca d’Inghilterra che ha lasciato invariati i tassi sui timori della Brexit.

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La Norvegia è tra i pochi paesi europei ad abbracciare una politica restrittiva, insieme alla Repubblica Ceca che lo scorso maggio ha alzato il costo del denaro al 2 per cento. Le scelte di politica monetaria della Norvegia sono in controtendenza anche rispetto agli altri paesi dell’Europa del Nord come Svezia e la Danimarca che hanno tassi negativi rispettivamente a -0,25% e -0,65 per cento.

Sebbene la Norvegia sia il più grande esportatore di petrolio nell’Europa occidentale e possieda un fondo sovrano da mille miliardi di dollari, l’economia rimane altamente dipendente dal commercio estero e quindi dall’andamento dell’economia europea. La stessa Norges Bank ha abbassato significativamente la previsione di crescita del Pil al 2% (dal 2,4%) nel 2019 - un tasso di crescita che resta più alto di quello europeo all’1,6% - per i cali previsti nei settori dell’energia e della pesca. Per contro, il prossimo anno le proiezioni sulla crescita del Pil sono state ritoccate all’insù al 2,3% (da 2%). In rialzo anche l’indice dei prezzi al 2,2% con il target tra 1,9% e il 2% in prossimo anno. «L’inflazione è al di sopra del 2% con l’indice headline che a maggio ha toccato il 2,5% anno su anno e l’indice core è al 2,3% - dice Chiara Silvestre, economista di UniCredit-. Ci aspettiamo che l’indice dei prezzi resti su questi livelli grazie alla crescita dei salari, alla crescita della capacità produttiva e all’un effetto ritardato del passato deprezzamento della corona norvegese».

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) «la bassa disoccupazione e l’aumento dei salari stanno spingendo al rialzo l’inflazione, spingendo la Banca centrale norvegese, la Norges Bank, ad aumentare i tassi di interesse. Quanto velocemente potrebbe essere il rialzo? Aumentare troppo lentamente i tassi potrebbe portare a un’inflazione elevata, mentre un’escursione troppo aggressiva potrebbe esporre le famiglie a forti aumenti dei tassi di interesse. A nostro avviso – scrive l’Fmi – lo scenario previsto da Norges Bank crea il giusto equilibrio tra questi rischi».

La Banca centrale norvegese aveva mantenuto i tassi di interesse fermi dal 2016 al livello record dello 0,6%, un approccio che è venuto meno a partire dallo scorso settembre quando è intervenuto il primo rialzo ponendo la Norvegia in controtendenza rispetto al resto dell’Europa.

La corona norvegese si è mantenuta stabile contro il dollaro e contro l’euro nonostante l’aumento del differenziale dei tassi nei confronti della zona euro, im imdicatore delle previsioni di ulteriori aumenti nei prossimi mesi.

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