Automotive

Osservatorio componentistica: imprese poco innovative ma la transizione accelera

L’indotto italiano legato a produzioni su motori endotermici per oltre il 70% anche se poco meno di un’azienda su due già lavora al powertrain elettrico

di Filomena Greco

2' di lettura

Sulla carta, è davvero la “tempesta perfetta” per l’indotto auto made in Italy. Legato a doppio filo alle lavorazioni sul powertrain tradizionale, benzina e diesel, con il freno tirato sugli investimenti in ricerca e sviluppo e con un modello di innovazione «in house» che rischia di rallentare la trasformazione tecnologica delle imprese. È quanto emerge dalla nuova fotografia al mondo della componentistica automotive fatta da Camera di commercio di Torino, Anfia e CAMI-Ca’ Foscari.

In un anno “anomalo” come il 2020 i dati congiunturali contano fino ad un cento punto, il comparto comunque ha perso quasi il 12% del suo giro d’affari e deve fare i conti con un mercato domestico che quest’anno chiuderà con un milione e mezzo di immatricolazioni, in lieve ripresa sul 2020 ma sotto del 22% sui volumi del 2019. Ma lo studio realizzato su un campione di oltre 400 imprese dice molto sulla situazione dell’automotove italiano.

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In primis, la pandemia ha avuto come effetto secondario quello di frenare gli investimenti in ricerca e sviluppo e che introducono innovazioni di prodotto e di processo. In un settore in forte transizione tecnologica rallentare sull’innovazione significa, per le imprese italiane, rischiare di restare ai margini delle filiere europee. Serve dunque accelerare, soprattutto sull’innovazione di prodotto. Soprattutto alla luce di un dato: tra il 72 e il 77% delle imprese lavora a produzioni collegate al powertrain tradizionale, benzina o diesel.

In materia di mobilità elettrica però non si comincia da zero e i produttori italiani sono cresciuti tanto da raggiungere una quota significativa tra chi si posiziona sui powertrain elettrificati, il 47,5%. Un terzo degli intervistati poi lavora sulle alimentazioni a metano o a Gpl, specializzazione tutta italiana, mentre un sorprendente 6,9% si dichiara posizionato sulle fuel cells.

In tema di innovazione, la difficoltà di recuperare competenze condiziona parecchio le scelte delle imprese che solo nel 12% dei casi ha avviato delle attività di aggiornamento per prepararsi al cambiamento, mentre il 67% non ha apportato alcun cambiamento alle proprie attività in vista del mutato scenario. Su questo fronte le imprese confermano la tendenza a muoversi in autonomia e poco meno della metà ha avviato almeno una relazione di collaborazione.

In base alla ricerca poi è cresciuta significativamente la percentuale di fornitori che dichiara di aver partecipato ad almeno un progetto – su mobilità sostenibile – nel corso del triennio precedente, in sostanza più di un’impresa su tre contro una quota del 23% degli anni precedenti, segno che nel complesso la platea di componentisti coinvolti nella transizione si sta allargando.

Il 2020 dunque ha da un lato frenato il settore, a livello globale, con una produzione scesa a livello globale del 15%, dall’altro ha accelerato la diffusione di modelli elettrici, con l’Italia che ha recuperato posizioni in Europa grazie soprattutto agli incentivi messi in campo dal Governo. La transizione tecnologica verso la mobilità elettrica dunque incrocia una serie di pesanti fattori contingenti come lo shortage di semiconduttori - che minaccia di durare per tutto il 2022 – la disponibilità di materie prime e i costi elevati di trasporto e logistica.

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