MOSTRE

Oxford porta in tavola l’Ultima Cena di Pompei

All’Ashmolean Museum una mostra sull’archeo-gastronomia della dieta mediterranea

di Simone Filippetti


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Coniglio - Museo Archeologico Nazionale di Napoli

4' di lettura

Mettete accanto Pompei e Ultima Cena, ossia le due parole italiane della cultura più famose del mondo; mettetele a Oxford, la città universitaria più antica del Regno Unito, e il successo è garantito. Gli inglesi hanno una passione e un'ammirazione sconfinata per l'Italia e il suo passato, la sua arte e la sua storia; e Pompei incarna il mito del Belpaese, quello del Grand Tour: i resti di una civiltà gloriosa, il fascino per le rovine (diffuso nel mondo anglosassone dal Romanticismo e dalle incisioni del Piranesi), l'attrazione per il Mediterraneo e per l'Impero Romano (loro che un impero marittimo hanno creato secoli dopo). Incastonato tra le pendici rigogliose del Vesuvio, fra coltivazioni e vigneti, il mare del golfo di Napoli, uno scenario dove la Natura ha dato il meglio di sé come dono all'umanità della sua potenza creatrice. Oxford celebra l'impero romano, e il cibo con una mostra unica, chiamata “Last Supper in Pompeii”, che segna anche una svolta per l'Italia.

La mattina di fine ottobre del 79 dopo Cristo, ma per il calendario gli abitanti della colonia di Pompei era l'anno 832 dalla fondazione di Roma, il Vesuvio si risveglia da un sonno secolare e una devastante eruzione, una nube di polveri laviche sopra i 100 gradi, si abbatte sulla città carbonizzando e ricoprendo tutto con metri di cenere. L'ultima cena in questione non è quella di Leonardo, di cui cade il cinquecentenario della morte, celebrato con numerose mostre in Inghilterra, ma al pasto finale degli abitanti della sfortunata città, rimasta sepolta per oltre 18 secoli: cosa mangiavano e come vivono i pompeiani nell'ultimo giorno della loro vita?
Con la sua austera severità architettonica, tra cattedrali gotiche con immensi rosoni e volte a crociera, e palazzi neo-classici che ospitano l'Università, Oxford vanta anche il miglior museo archeologico del paese: l'Ashmolean Museum ha quasi 4 secoli di storia alle spalle.

Eataly nell’antica Roma: quando Pompei era gourmet

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Fondato nel 1683, come primo museo pubblico della Gran Bretagna, grazie alla donazione di Elias Ashmolean, un ricco antiquario, raccoglie reperti antichi da tutto il mondo: mummie egiziane e armature di samurai, fino all' “oscena” maiolica rinascimentale chiamata “Testa di C…” del ceramista Francesco Urbini. Il museo per eccellenza ha appena inaugurato (il 25 luglio) una mostra già acclamata come uno dei miglior eventi culturali dell'anno (rimarrà aperta fino al 12 gennaio del 2020). L'eccezionalità dell'antica Pompei, conservata intatta grazie proprio alla cenere lavica che la distrusse, come una fotografia in 3D, regala un'infinità di informazioni su come gli antichi romani mangiavano e, più in generale, su come era la vita di tutti i giorni in una città dell'impero nel I secolo dopo Cristo. Pompei era una città ricca e opulenta: la fertilissima terra vulcanica, il clima eccezionale, la posizione sul golfo di Napoli, allora il centro commerciale del mondo conosciuto, permettevano di coltivare frutta e verdura in enormi quantità, più di quanta ne servisse alla popolazione. A Oplontis, una delle tane ville rustiche, ossia aziende agricole della zona (pare ce ne fossero circa 80), oggi purtroppo inglobata dal cemento che ha deturpato la costa, è stata ritrovato un magazzino con un quintale di melograni, anch'essi esposti.
La città era un centro di export agroalimentare; vino, olio, verdure partivano da Pompei per tutte le zone dell'Impero, fino anche alla fredda e inospitale Britannia, dove il cielo grigio e le piogge troppo frequenti non fanno crescere olivi e viti. Furono i romani a portare nell'isola nuove specie di verdure e di animali: carote, cavolfiori e conigli, piatti tipici delle campagne inglesi per secoli, sono arrivati con le navi romane. All'Ashmolean Musem sono invece arrivati, da Napoli e da Paestum, 300 reperti grazie al sostegno di Intesa SanPaolo, sponsor della mostra: un evento eccezionale perché molti degli oggetti esposti non avevano mai lasciato finora l'Italia. La vista dei visitatori è rapita dal famoso mosaico con i pesci del mare, tripudio di colori ma anche saggio di arche-biologia marina; dall'affresco di un forno, dove decine di pagnotte sono accatastate dentro cesti di vimini e appoggiate sul bancone; un uomo ne sta comprando una e un bambino, suo figlio probabilmente, alza le mani per chiedere il pane. Il pezzo più straordinario è la Donna in Resina, un calco di una figura femminile, forse la proprietaria della Villa di Oplontis, a giudicare dai gioielli che indossava, che si rifugiò un magazzino per scampare dalla pioggia infuocata assieme ai suoi schiavi, ma non ebbe scampo. Aveva con sé anche una chiave, ma non è mai riuscita a tornare a casa. Sono passati quasi duemila anni da allora; in mezzo la conquista della Luna e gli iphone; le automobili e i treni, ma l'umanità non è poi cambiata molto.

Nonostante gli scioperi, i crolli continui, gli affreschi che svaniscono per l'incuria e la cronica mancanza di finanziamenti, Pompei rimane il sito archeologico più affascinante e famoso del mondo; una macchina del tempo. Macchina su cui gli inglesi amano sempre salire: “Pompei, con i suoi nomi evocativi come la Villa dei Misteri ha ispirato di tutto, dallo stile Vittoriano ai film sui centurioni fino a decine di opere di artisti inglesi“ ha commento Paul Roberts, il curatore della mostra. Raccontare gli antichi attraverso quello che mangiavano tutti i giorni è emblematico nell'epoca della ristorazione globale. Nonché una celebrazione al paese più ricco di storia e cultura al mondo. In un mondo dove il cibo è la nuova ossessione globale, con gli chef che stanno sostituendo calciatori e sportivi nel ruolo di star, la mostra è uno studio sulla globalizzazione ante-litteram.

La dieta mediterranea, esaltata da tutti i nutrizionisti, arrivò sulle coste inglesi già nel 43 d.c.: l'imperatore Claudio, dopo che Giulio Cesare aveva fatto una incursione dalla Gallia 100 anni prima, conquistò l'isola e ne fece la provincia della Britannia. La conquista militare portò anche la globalizzazione del cibo: le abitudini alimentari dal Sud arrivarono anche oltre la Manica .

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