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Pa: aumenti top da 2mila euro ai magistrati, meno di 400 euro ai dipendenti ordinari

Per il grosso dei dipendenti pubblici, che sono privi di stellette dirigenziali, l’aumento determinato dal meccanismo scritto in manovra oscilla fra i 27,8 euro lordi al mese nella media dei ministeriali ai 32,6 euro degli insegnanti

di Gianni Trovati

A dicembre tre stipendi a 2,2 milioni di dipendenti pubblici

4' di lettura

L’aumento una tantum previsto per i dipendenti pubblici dalla legge di bilancio offre i propri frutti più ricchi ai dirigenti delle Autorità indipendenti e ai magistrati. Le due categorie vedranno in media crescere la busta paga rispettivamente di 1.980 e 1.812 euro lordi, che corrispondono a 152,3 e 139,4 euro al mese. Un po’ più in giù nella classifica della generosità del bonus in valore assoluto arrivano i dirigenti di vertice della presidenza del Consiglio, che con 976,5 euro annui (75,1 euro al mese) staccano di poco i loro colleghi delle altre Pa centrali.

Per il grosso dei dipendenti pubblici aumenti da circa 30 euro

Per il grosso dei dipendenti pubblici, che sono privi di stellette dirigenziali, l’aumento determinato dal meccanismo scritto in manovra oscilla fra i 27,8 euro lordi al mese nella media dei ministeriali ai 32,6 euro degli insegnanti. Anche qui con un’eccezione importante rappresentata dalle Authority: dove per il personale non dirigente la novità della manovra vale mediamente 83,9 euro al mese.

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Le cifre nascono dal meccanismo lineare scritto in manovra, che spalma le risorse (un miliardo, più 800 milioni circa che andranno messi da enti territoriali, sanità e università) per ottenere un incremento «nella misura dell’1,5% dello stipendio». Un sistema del genere com’è ovvio produce valori maggiori quando gli stipendi sono più alti. I dirigenti, che, medici compresi, sono poco meno del 5% dei dipendenti pubblici, hanno quindi un incremento monetario più alto. Ma i dati ovvi finiscono qui. Perché nella pubblica amministrazione «stipendio» e «retribuzione» non sono sinonimi, soprattutto sugli scalini più alti della gerarchia.

Nel trattamento economico dei dirigenti pubblici le «voci stipendiali» sono la base su cui poi si innestano la «retribuzione di posizione», che in generale remunera le responsabilità connesse all'incarico, e la «retribuzione di risultato», che in teoria dovrebbe premiare i risultati raggiunti dall’ufficio di cui il dirigente è al vertice.

Una tantum calcolata sulla base dello stipendio

L’una tantum, per com’è scritta nella legge di bilancio e per com’è logico, vista la natura delle voci aggiuntive della retribuzione, si calcolerebbe solo sulla base stipendiale. Per cui dove la base è più ampia, l’aumento è più consistente.

Questo spiega il primato assoluto di Autorità indipendenti e magistrature. Perché lì le voci collegate a posizione e risultato, con la loro variabilità almeno teorica, non esistono, e gli importi sono tutti messi al sicuro sotto l’etichetta delle voci stipendiali. Nella sua traduzione retributiva, insomma, l’indipendenza, paga. Per un dirigente apicale di un’Authority, spiegano le tabelle dell’Aran elaborate sui dati della Ragioneria generale dello Stato, le «voci stipendiali» valgono mediamente 132mila euro all’anno, cioè l’80% dei 166mila euro di trattamento economico complessivo.

Per i colleghi dei ministeri la busta paga annuale è più alta, 193.772 euro medi in prima fascia, ma lo stipendio fisso si ferma a 64.271 euro, il 33% del totale. Ecco perché l’aumento stipendiale dell’1,5% porta nelle Authority 1.980 euro nel 2023 contro i 964 euro dei vertici ministeriali. Ma la forbice si fa ancora più alta fuori dalle stanze dirigenziali, perché il dipendente medio di un’Autorità indipendente ha uno stipendio da 72.697 euro all’anno, il triplo abbondante di quello riconosciuto a chi lavora in un ministero o un ente locale.

L’autonomia fa il paio con retribuzioni stabili anche nel caso dei magistrati, per i quali le voci stipendiali raggiungono in media l’87% della busta paga totale cumulando 120.812 euro su 137.697. I valori in gioco si alzano ancora nel caso della magistratura amministrativa, dove lo stipendio medio è 150.853 euro (e la retribuzione totale viaggia a 173.828 euro) e l’una tantum vale quindi 2.262 euro.

Sono numeri ovviamente lontanissimi da quelli medi dei dipendenti pubblici ordinari, dove lo stipendio medio varia dai 24mila ai 28mila euro lordi all’anno a seconda del comparto e dove quindi la manovra porta raramente più di 400 euro lordi (30 euro al mese). Con un aumento, per di più, pensato come una tantum dal governo in attesa di un rinnovo contrattuale tutto da costruire: ma è difficile immaginare che a fine 2023, con i contratti scaduti nel 2021, questo “emolumento accessorio” straordinario possa davvero uscire di scena senza scatenare proteste.

La lettera dell’Anm: i magistrati e gli aumenti di stipendio in manovra

Al direttore de Il Sole 24 Ore.

Con riferimento all’articolo pubblicato il 30 novembre a firma di Gianni Trovati con il titolo “Pa, aumenti top da 2.000 euro ai magistrati, meno di 400 euro ai dipendenti ordinari” l’Associazione nazionale magistrati precisa che per l’anno 2023 il disegno di legge di bilancio presentato alla Camera non prevede alcun aumento di stipendio, come riportato erroneamente nell’articolo richiamato. La disposizione alla quale si fa riferimento, infatti, riguarda solo i dipendenti statali contrattualizzati e quelli in regime di diritto pubblico che hanno procedure negoziali di determinazione degli stipendi. Lo stipendio dei magistrati è
determinato, invece, in base alla legge e non è incrementato per l’anno 2023 dal fondo previsto dalla legge di Bilancio».

Prendiamo atto. L’articolo 62 del Ddl di bilancio destina i fondi al personale contrattualizzato e ai «miglioramenti economici del personale statale in regime di diritto pubblico di cui all'articolo 1, comma 609 della legge 234/2021». Questi incrementi si riflettono poi direttamente sugli adeguamenti automatici dello stipendio dei magistrati (articolo 24, comma 1 della legge 448/1998). (G.Tr.)

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