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Pa, nelle buste paga del 2022 arrivano 10 miliardi di arretrati

L’aumento di spesa non dipende dalla generosità dei contratti, ma dai ritardi con cui arrivano al rinnovo

di Gianni Trovati

Pnrr, Bonomi: "La vera partita si giochera su rigenerazione della Pubblica amministrazione"

3' di lettura

Martedì 21 dicembre è attesa la firma del nuovo contratto per i dipendenti di ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici come l’Inps e l’Inail. La stagione dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego arriva così al primo traguardo operativo, con il «compartone» della Pa centrale che come sempre aprirà la strada anche a sanità, enti locali e scuola.

Accanto agli aumenti, del 3,78% con punte del 4,15% per le fasce retributive più basse per un effetto contabile dovuto al consolidamento dell’«elemento perequativo» che fin qui ha puntellato i loro stipendi, nelle buste paga dei dipendenti pubblici arriveranno poco meno di 10 miliardi di arretrati nei primi mesi dell’anno prossimo. Più o meno in contemporanea con le elezioni delle Rsu in calendario dal 5 al 7 di aprile.

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L’aumento di spesa dipende dal ritardo del rinnovo

La gobba di spesa corrente per il pubblico impiego gonfiata dagli arretrati non dipende da una particolare generosità dei contratti, che pure riconoscono aumenti pari a 2,6 volte l’indice dei prezzi al consumo del periodo per una spesa complessiva da 12 miliardi. Ma dal ritardo ormai strutturale con cui arrivano al rinnovo. Perché le intese che si stanno chiudendo per la Pubblica amministrazione centrale, e si stanno negoziando per gli altri comparti, riguardano il 2019/2021, il triennio che si chiuderà fra due settimane. Quando entreranno in vigore, quindi, il primo effetto dei nuovi contratti sarà il recupero del tempo perduto.

PUBBLICO IMPIEGO, 10 MILIARDI DI ARRETRATI IN BUSTA NEL 2022
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Gli stipendi dei dipendenti pubblici, e soprattutto la spesa per finanziarli, procedono a salti ormai per tradizione. Dopo il lungo congelamento deciso nel 2010 mentre si infiammava la crisi dei debiti sovrani, il primo rinnovo, relativo al 2016-18, arrivò solo negli ultimi mesi del triennio di riferimento. E oggi lo sfasamento temporale si è addirittura aggravato. A limitarlo è intervenuto l’attivismo del ministro per la Pa Renato Brunetta, che tornato a Palazzo Vidoni a febbraio aveva trovato i fondi per i nuovi contratti, messi a disposizione dalle ultime tre manovre, ma nessun atto di avvio delle trattative.

Da allora è stata una corsa, scandita dal Patto di Palazzo Chigi sul lavoro pubblico di marzo, dall’atto di indirizzo quadro di aprile che ha avviato ufficialmente le trattative e dal fittissimo calendario di riunioni guidate dal presidente dell’Aran Antonio Naddeo, che con i sindacati in pochi mesi ha dovuto condurre il contratto sui terreni inediti della riforma degli ordinamenti, delle carriere per il Pnrr e dello Smart Working post-emergenziale.

Il peso degli arretrati in arrivo

Il ritardo accumulato negli anni si manifesta ora nella mole degli arretrati in arrivo. Per calcolarli bisogna applicare gli aumenti previsti per ogni anno coperto dal contratto, in una progressione che sale dall’1,3% per il 2019 al 2,01% per il 2020 fino al 3,78% a regime, scontando il piccolo “anticipo” riconosciuto nei periodi scoperti dai rinnovi con l’indennità di «vacanza contrattuale» (in pratica lo 0,3% dello stipendio dalla primavera 2019 e lo 0,5% dal luglio di quell’anno).

Il peso complessivo dell’una tantum dipende prima di tutto, com’è naturale, dalle dimensioni del comparto. Le Funzioni centrali, dove lavorano poco più di 200mila persone, assorbono poco meno di un miliardo, che nelle singole buste paga si traduce in un extra da 1.120 a 2.150 euro a seconda dell’inquadramento del dipendente. Qui è finanziato dallo Stato come accade per l’istruzione (con l’eccezione dell’università) dove la questione vale invece quasi quattro miliardi. Diversa è la situazione nella sanità (3 miliardi) e in Regioni ed enti locali (1,7 miliardi) dove aumenti e arretrati contrattuali sono finanziati dai bilanci delle amministrazioni.

Negli ospedali, poi, i tempi lunghi del rinnovo stanno allungando l’attesa anche per il riconoscimento dei 335 milioni di «indennità di specificità per gli infermieri», pensata dal governo Conte-2 per premiare l’impegno della categoria nell’emergenza ma collegata da quella norma proprio al contratto ancora in attesa di firma.

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