politica agricola comune

Pac, il 40% dei fondi sarà vincolato all’ambiente

Dalla Politica agricola comune (in fase di rinnovo) 400 miliardi ma l’Italia, nonostante sia il secondo produttore europeo, è solo il quarto beneficiario

di Alessio Romeo


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3' di lettura

Bando al glifosato, riduzione dei fitofarmaci e nuove pratiche sostenibili di produzione. Alle misure ambientali della nuova Politica agricola comune dovrà essere vincolato almeno il 40% dei fondi Ue, percentuale destinata a salire nel tempo secondo le indicazioni arrivate direttamente dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans in occasione della presentazione del nuovo Esecutivo Ue.

Sostanzialmente trascurata nei discorsi ufficiali sul “Green New Deal” dell’Europa, l’agricoltura è chiamata a essere protagonista del nuovo patto ambientale con un aumento rispetto all’attuale 30% di aiuti vincolati alle pratiche verdi. Percentuale tra l’altro riferita ai soli aiuti diretti che ora la Commissione vorrebbe estendere ai fondi per lo sviluppo rurale.

Un messaggio molto chiaro che si dovrà però scontrare con la dura realtà dei numeri. Per l’agricoltura infatti essere interprete delle nuove ambizioni ambientali dell’Unione si traduce in più compiti con meno soldi.

Il taglio ai Fondi
Una regola che vale soprattutto per l’Italia, che al taglio complessivo del budget (12% circa) dovrà aggiungere una chiave di riparto sfavorevole. Una sforbiciata da (almeno) 2,7 miliardi: oltre alla Brexit bisognerà infatti contribuire, nel bilancio 2021-27, al riallineamento dei sussidi con i paesi dell’Est con la cosiddetta “convergenza esterna”.

Nonostante sia la seconda potenza agricola europea, l’Italia (leader anche nelle pratiche verdi come il biologico) è solo il quarto beneficiario della Pac.

Il primo vero banco di prova sarà il Consiglio europeo del 12-13 dicembre sul futuro bilancio che per la Pac prevede 400 miliardi tondi, pari al 29% dei fondi totali rispetto all’attuale 39.

Per aumentare i fondi vincolati alle pratiche green bisognerà anche rimettere mano alla riforma Pac in discussione da oltre un anno, e chiamata a rimettere ordine tra le singole iniziative nazionali che stanno mettendo a rischio il mercato unico nel solo settore gestito da un politica effettivamente comune.

I nuovi vincoli ambientali sono stati infatti anche il filo conduttore delle proteste degli agricoltori che in questa settimana hanno attraversato l’Europa. Prima a Berlino dove 10mila trattori hanno bloccato la capitale tedesca per manifestare contro il piano del governo che prevede una drastica riduzione all’uso dei fertilizzanti e il bando totale al glifosato, poi a Parigi dove con la manifestazione contro il crollo dei redditi in agricoltura e l’exit strategy nazionale dai fitofarmaci.

Questioni sulle quali è urgente una posizione condivisa a Bruxelles: un rapporto del Parlamento francese stima in 150 euro a ettaro l’incremento dei costi con l’addio al glifosato, diserbante senza reali alternative che alcuni paesi vogliono abbandonare prima della revisione della normativa europea.

Come cambiano le regole
Su una cosa sono tutti d’accordo: il fallimento del capitolo “verde” dell’ultima riforma datata 2013, che ha convinto la Commissione a cambiare il paradigma alla base delle proposte per il post 2020. Non più penalità per chi non rispetta le regole ma incentivi ai comportamenti virtuosi delle aziende agricole.

Le regole imposte fino a oggi (basate su diversificazione e set-aside obbligatorio), hanno avuto peraltro benefici ambientali molto discussi e hanno funzionato solo grazie alle continue deroghe. Inoltre, le proposte attuali prevedono un’ampia delega agli Stati membri sulla scelta delle misure e lasciano a Bruxelles il ruolo di controllore.

Per l’Europarlamento si tratta di una sostanziale rinazionalizzazione e così Strasburgo punta a rovesciare la prospettiva, depotenziando i piani strategici nazionali a favore di misure condivise a livello Ue. Per l’Italia si tratta di una questione centrale: il piano strategico nazionale andrebbe a intaccare la competenza delle regioni sui fondi europei, alimentando uno scontro che è già costato la perdita di risorse Ue, con un rischio disimpegno di fondi anche quest’anno.

«Le proposte sul tavolo non ci soddisfano perché rischiano di creare confusione nei rapporti tra Unione, Stati membri e Regioni – spiega l’eurodeputato ed ex ministro Paolo De Castro – . Dobbiamo lavorare per scongiurare il rischio di un puzzle disordinato di interventi nazionali».

La nuova Commissione, superate le incertezze iniziali, potrebbe convincersi a non cedere troppo spazio alla deregulation.

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