Politica agricola comune

Pac, un mese di tempo per sciogliere i nodi del Piano nazionale

L'Italia deve decidere quali pratiche ambientali premiare con poco meno di 4 miliardi l'anno di aiuti a cui aggiungere un altro delle Regioni

di Alessio Romeo

(Federico - stock.adobe.com)

2' di lettura

Fatta la nuova Politica agricola comune ora bisogna fare il piano nazionale per attuarla. Per la prima ci sono voluti circa tre anni, per il secondo resta poco più di un mese. La riforma che il 23 novembre ha incassato il via libera definitivo dell'Europarlamento, dopo l'accordo politico dello scorso giugno tra le istituzioni Ue, lascia infatti un'ampia delega agli Stati membri sulla scelta delle misure per raggiungere i nuovi obiettivi legati alla sostenibilità ambientale e sociale della Pac che entrerà in vigore nel 2023.

Complessivamente saranno destinati all'agricoltura europea circa 387 miliardi di euro, pari al 33% del bilancio totale dell'Unione. Ogni paese dovrà garantire che almeno il 35% dei fondi per lo sviluppo rurale e il 25% dei pagamenti diretti siano destinati a misure ambientali e climatiche.

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Per l'Italia ci sono poco meno di 4 miliardi l'anno di aiuti a cui aggiungere un altro miliardo per i piani di sviluppo rurale gestiti dalle Regioni. La corsa contro il tempo per l'invio a Bruxelles del piano strategico nazionale che dovrà definire i criteri di assegnazione degli aiuti (ma anche i singoli piani regionali) è partita con qualche ritardo e sconta le difficoltà legate sia alla complessità della riforma che al numero di soggetti coinvolti.

Sul tavolo presieduto dal ministro Stefano Patuanelli, che questa settimana ha chiesto alle organizzazioni agricole un documento scritto con le proprie posizioni, c'è l'ipotesi di un riallineamento graduale degli aiuti storici nella misura dell'85%, ma non è esclusa l'ipotesi più estrema di arrivare a un importo a ettaro uguale per tutti entro il 2026. La vecchia Pac si trascina infatti ancora profonde differenze nell'attribuzione dei premi ai vari settori, eredità della politica produttivista legata all'andamento dei mercati abbandonata, con qualche rimpianto vista la carenza di materie prime oggi in Europa e in Italia in particolare, nel lontano 2003.

Ora saranno gli Stati membri a scegliere quali pratiche sostenibili premiare per raggiungere l'obiettivo europeo di riduzione delle emissioni al 2030 di almeno il 55 per cento. Una decisione non facile che rischia di scontentare settori (è il caso della zootecnia, ma anche olio, agrumi e tabacco) e territori destinati a perdere di più nel confronto con il passato.

L'altra incognita, accanto alla redistribuzione dei premi (e all'aumento degli assegni per i piccoli produttori), è quella del plafonamento, ovvero del tetto ai maxi aiuti che la riforma fissa a 100mila euro annui con la possibilità di tagli progressivi a partire dai 60mila. Anche qui sono i singoli Stati a dover decidere se attivare l'opzione (come ha fatto, a esempio, la Spagna). Un'ipotesi gradita al mondo ambientalista ma che per ora non è sul tavolo.

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