Buco nei conti

Pace fiscale, mancati incassi per 2,4 miliardi. In fuga 532mila contribuenti

Il 43% dei debitori è decaduto dalle sanatorie e dovrà saldare il debito residuo in maniera integrale con sanzioni e interessi che contribuiranno a rendere il conto ancora più alto

di Marco Mobili, Giovanni Parente

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4' di lettura

Con il senno di poi la mini proroga di 9 giorni, scaduta tra l’altro prima che la norma entrasse in vigore, non è servita a molto. C’è un “buco” nella pace fiscale su cui Governo e Parlamento dovranno mettere mano per evitare di perdere del tutto i possibili incassi attesi ed evitare che entrino nel calderone degli importi da recuperare con il canale della riscossione ordinaria. I numeri, del resto, parlano chiaro: su 1,25 milioni di contribuenti ancora in corsa per rottamazione ter e saldo e stralcio a inizio della pandemia nel 2020 sono rimasti in carreggiata alla fine dell’anno appena concluso solo il 57% (718mila).

Letta dall’altro lato della medaglia, significa che il 43% dei debitori (vale a dire 532mila contribuenti) è decaduto dalle due sanatorie e, stando alle condizioni attuali, dovranno versare il debito residuo in maniera integrale con il ritorno in aggiunta anche di sanzioni e interessi che contribuiranno a rendere il conto finale ancora più alto. Dal lato dei conti pubblici, significa che ben 2,45 miliardi di euro non potranno più essere riscossi attraverso le due definizioni agevolate e bisognerà rimettere in modo il canale “ordinario” della riscossione.

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Rientro nei piani di dilazione

Le cifre sono state fornite dal ministero dell’Economia nella risposta della sottosegretaria Maria Cecilia Guerra all'interrogazione del senatore M5S Emiliano Fenu in commissione Finanze a Palazzo Madama. Mentre nell’altro lato del Parlamento le commissioni Bilancio e Affari costituzionali hanno approvato un emendamento al Milleproroghe che consente di rientrare nei piani di dilazione (quindi non riguarda le sanatorie) quei debiti rateizzati per i quali è intervenuta la decadenza anteriormente alla data di inizio della sospensione dei termini di versamento delle cartelle. La nuova rateizzazione potrà riguardare le richieste presentate tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2022 fino a un massimo di settantadue tranche mensili.

Misure straordinarie a largo spettro

Del resto, l’interrogazione presentata al Senato ha chiesto anche di fare il punto sulle decadenze dai piani di rateizzazione e sulla possibilità di interventi normativi proprio in relazione a quest’ultimo punto. In primo luogo la risposta dell’Economia ha ricordato le misure straordinarie adottate sul versante delle dilazioni durante il periodo pandemico. Tra queste, l’estensione da 5 a 18 del numero di rate non pagate che determinano la decadenza per i piani già in corso all’8 marzo 2020. O, ancora, l’innalzamento da 5 a 10 rate per cui è tollerato il mancato pagamento prima di perdere il diritto alle rateizzazioni chieste dall’8 marzo 2020 fino al termine del 2021. Infine, l’innalzamento da 60mila a 100mila euro per le richieste di dilazione presentate fino al 31 dicembre scorso.

Nel complesso tutte le misure di favore introdotte hanno riguardato 1,76 milioni di rateizzazioni. Scendendo nel dettaglio 1,32 milioni di pagamenti “scaglionati” erano già in corso prima della sospensione della riscossione mentre 440mila sono stati chiesti fino al termine dell’anno appena trascorso. Ma non solo, perché è decaduto dal mancato pagamento circa il 20% di coloro che hanno beneficiato del maggior margine di tolleranza per le rate non saldate. Una percentuale che è inferiore al tasso di abbandono dei periodi precedenti alla pandemia, che si attestava al 50 per cento. E questo sta a testimoniare, secondo il ministero dell’Economia, che grazie ai provvedimenti di emergenza «il numero dei contribuenti che hanno perso la possibilità di proseguire il pagamento rateale è largamente inferiore a quello ordinariamente registrato», e quindi «non si stimano effetti finanziari negativi in termini di mancato incasso per l’erario».

Potenziale “bomba sociale”

Il problema, però, si pone per la pace fiscale, dove la “fuga” dai pagamenti (più volte rinviati) relativi al 2020 e al 2021 ha interessato, come anticipato, circa il 43% dei contribuenti interessati. Una situazione per cui Emiliano Fenu, capogruppo M5S in commissione Finanze al Senato, parla di potenziale «bomba sociale», perché si va a innestare in una situazione in cui la liquidità di cittadini, professionisti e imprese è già sotto pressione per i rincari in corso.

Per quanto riguarda i 2,45 miliardi che non potranno più essere riscossi attraverso i canali della pace fiscale, via XX Settembre fa comunque presente che si tratta di «circa il 20% in meno rispetto alle previsioni aggiornate dopo le prime scadenze», e il «dato consolida una tendenza al mancato adempimento ai pagamenti rateali delle somme dovute per la definizione agevolata che, fin dalle prime scadenze previste nell’anno 2019, era comunque superiore alla prima edizione della rottamazione».

E sono sempre questioni din finanza pubblica a far rimanere chiusa (almeno per il momento) la porta a cui Fenu aveva bussato per chiedere di rendere strutturali le agevolazioni concesse per le rateizzazioni dei debiti con l’agente della riscossione durante la fase più acuta della pandemia. «Un maggior numero di rate non pagate ai fini della decadenza della rateazione - mette in guardia il ministero dell’Economia - non può che comportare il protrarsi dei tempi di riscossione». Quindi comporta «effetti finanziari di minor gettito per i quali è necessario individuare idonei mezzi di copertura finanziaria».

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