Parigi / giorno 3

Paco Rabanne, segnali pop e gentilezza - Rick Owens è pura invenzione

di Angelo Flaccavento


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2' di lettura

Tra donne trecciute che abbracciano gli alberi coperte di juta, panterone scosciate, suffragette glamourose e ninfe eteree di veli e leggerezze vestite, le sfilate parigine continuano a mandare segnali contrastanti. “Divertimento”: è questa la personale aggiunta di Julien Dossena, direttore creativo di Paco Rabanne, alla composita dialettica di stagione. «Ho voluto esplorare il lato pop del linguaggio della maison: perché non lo avevo mai fatto, e perché è il momento giusto per farlo» aggiunge.

Palais de Tokyo come una discoteca

Come dire: i tempi foschi invocano una iniezione di edonismo, ma anche, sottolinea Dossena «di gentilezza, gli uni verso gli altri». In un angolo

del Palais de Tokyo trasformato in disco club, il buio pesto perforato dai pois di luce proiettati da fari multicolori, le festaiole di Paco Rabanne, accompagnate per la prima volta da una coorte di maschi similmente agghindati - è il lancio ufficiale della collezione uomo - marciano su stivali psichedelici vestite di un caleidoscopico collage di lamè stampati, maglie di metallo - imprescindibili nella casa del metallurgico Paco - cuori sul petto e ghirigori che si inerpicano su vestine danzanti o suit alla Françoise Hardy. Un guardaroba postmoderno, tra fantascienza anni settanta e kitsch energico, che conferma Dossena voce tra le più interessanti della nuova scena parigina.

Femminilità emancipata

Un milieu di trentenni o giù di lì cui appartiene anche Natacha Ramsay-Levi, direttore creativo di Chloé. Ormai da due anni al timone, Ramsay-Levy ha impresso la propria sigla a una casa che da sempre rappresenta e

promuove una idea di femminilità emancipata. Dinoccolata e studiatamente sciatta, propone in passerella una replica di se stessa, in equilibrio tra tailoring al maschile e abitini languidi parecchio femminili.

Y-Project vira la belle epoque in chiave clubbing. È eterea ma potente, invece, la donna di Uma Wang, stilista cinese che produce tutto in Italia, e che questa stagione alleggerisce, stratifica e stampa su lunghi abiti i disegni geometrici dei pavimenti delle chiese.

Le zeppe trasparenti di Rick Owens

Rick Owens, in fine, si muove in un territorio di pura, altissima invenzione che è tutto e solo suo. Parte dal dato autobiografico - le proprie origini messicane - e da lí si muove libero e istrionico, elaborando una idea di folk brutalista nella quale convogliano echi couture, Bauhaus, il cinema preveggente di Friz Lang e il gusto del vestire come gesto di autoaffermazione nel creato. Issate su alte zeppe trasparenti, incoronate di prismi metallici, le donne di Owens sono divinità altere ma terragne che sfilano all’aperto, in mezzo a una tempesta di bolle di sapone. Una visione potente ma anche lieve, nella quale questo stilista dall’occhio singolare dimostra una ampiezza elettrizzante di possibilità espressive.

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