ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIntervista Gianluca Amadei

«Padova riporterà a casa i cervelli in fuga»

di Barbara Ganz

4' di lettura

Alla fine di agosto è stata diffusa la notizia della creazione di un primo embrione sintetico di topo con un cuore che batteva. Per la ricerca, un notevole passo avanti nello studio delle cellule staminali: se questo risultato venisse replicato con cellule umane, si potrebbero aprire nuove frontiere, dai modelli per studiare le malattie genetiche alla produzione di organi per il trapianto, con una sperimentazione che oltretutto non impiega animali, ma solo alcune cellule. La firma della ricerca, pubblicata su Nature, è del gruppo dell’Università di Cambridge diretto da Magdalena Zernicka-Goetz, con Gianluca Amadei e Charlotte Handford, di Cambridge e del Caltech. Amadei ha studiato e lavorato a lungo all’estero: 11 anni in Canada dove ha frequentato Lakehead University per un Honour Bachelor of Science e l’Università di Toronto per il dottorato, e sei in Inghilterra. Da poche settimana è rientrato in Italia, scegliendo l’università di Padova.

Qual è il valore della vostra ricerca?

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Parliamo di un decennio di studi su diverse linee di ricerca riguardanti le cellule staminali. In questo caso, partendo da cellule di topo, in 8 giorni e mezzo su circa 20 giorni richiesti da una normale gestazione, le cellule hanno mostrato di organizzarsi e interagire rispettando anche le tempistiche che si hanno in natura, quando si arriva al battito cardiaco. Rispetto ai risultati ottenuti in precedenza, la differenza sta nel fatto che le cellule hanno dialogato e si sono assemblate in modo spontaneo. L’embrione sintetico così ottenuto si è sviluppato in una struttura complessa, in cui si distinguono alcune regioni del cervello, il tubo neurale, una struttura simile a un cuore in grado di battere e un’altra simile all’intestino. Un vero e proprio laboratorio vivente in miniatura, che rende più facile osservare lo sviluppo delle diverse fasi, velocizzando la ricerca e con maggiore etica.

Quali prospettive si aprono?

Questo modello è solo una tappa: se si riuscisse a riprodurre partendo da cellule umane è chiaro che riusciremmo a capire meglio in quali stadi si creano degli errori, ma senza alcuna manipolazione di veri embrioni. È chiaro che serviranno comunque linee guida, con limiti e paletti ben definiti. Il tutto, ribadisco, senza manipolare in alcun modo embrioni umani. Anche nel caso del topo, questo modello consente di catturare le fasi salienti dei processi e potenzialmente capire i difetti che si generano, all’origine di molte malattie. Si possono creare modelli in cui alcune funzioni sono soppresse o amplificate, o alcune proteine cambiano di quantità: quale è l’effetto? Per esempio, sapendo che un livello inferiore di una data proteina provoca dei difetti nello sviluppo embrionale, potrebbe essere possibile misurare questo livello in modo non-invasivo in un embrione umano, sviluppando così un test prenatale per identificare eventuali anomalie. Capire come si genera un problema rappresenta il primo passo verso una terapia.

Lei è romano, e ora, a 35 anni, ha iniziato a vivere e lavorare a Padova dopo molti anni all’estero. Un cervello di ritorno?

Dopo il liceo a Roma, ho scelto di laurearmi in Applied Biomolecular Science studiando in Canada. Nel sistema canadese si accede a medicina dopo aver conseguito una laurea di base, per esempio in Biologia, e siccome all’epoca io non sapevo bene se volessi fare medicina o ricerca, pensai di prendermi quattro anni per studiare una cosa che mi piaceva e poi decidere. Questo mi ha lasciato il tempo di capire che la seconda era la mia strada, e quindi mi sono iscritto per un dottorato in Molecular Genetics all’Università
di Toronto.

Come ha scelto il Veneto?

Come altri, l’ateneo padovano offre dei bandi per attrarre ricercatori dall’estero, non solo italiani naturalmente. Io ero molto preso dalla ricerca, e non mi sono dedicato al 100% a individuare nuove opportunità: avevo valutato anche l’Olanda, poi ho partecipato al bando di Padova ed è andata. Ora sono assegnista di ricerca, e se riuscissi a trovare altri fondi, magari a coinvolgere imprese, ci potrebbero essere le risorse per creare in questa regione un gruppo di ricerca. Il mio obiettivo è continuare a lavorare sui sistemi cellulari per mostrarne l’utilità.

Quali fondi può provare a intercettare un ricercatore per fare crescere il proprio progetto?

In questo momento direi che la parte più consistente è rappresentata dai fondi europei, ma ci sono anche istituzioni di eccellenza italiane che aprono regolarmente bandi. A parte questi, a livello nazionale c’è il ministero ed anche la regione o l’ateneo stesso creano bandi per finanziare aree specifiche di ricerca.

Ci sono difficoltà nel rientrare in Italia dopo tanti anni?

Ogni tappa in Paesi diversi è in qualche modo uno shock culturale: si trovano affinità e grandi differenze, valori condivisi e altri meno. E ogni Paese ha le sue magagne. Sono in molti gli italiani che, dopo un percorso all’estero, pensano di rientrare. Chiaramente non è solo una questione di qualità della vita, di vicinanza alle famiglie: chi valuta il rientro cerca una opportunità e una posizione che valorizzino gli sforzi fatti e non rappresentino un passo indietro. Questo è per me la posizione che sono venuto a ricoprire a Padova: un passo in avanti.

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