medio oriente

Padre Dall’Oglio, l’Isis e gli errori commessi in Siria

di Ugo Tramballi


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(EPA)

2' di lettura

La prima reazione alla lettura della notizia che padre Paolo Dall’Oglio è forse vivo e potrebbe essere liberato, è di gioia: se è tutto vero, è un miracolo. La seconda è di sconforto: per quanto in ritirata, circondato dagli avversari, incapace di controllare e governare a suo modo vasti territori, l’Isis è ancora vivo e capace di operare pericolosamente.

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In realtà si sapeva già. Solo Donald Trump per ragioni sue, probabilmente elettorali, aveva venduto la definitiva sconfitta del califfato. Un’altra falsa “missione compiuta”: come quando George Bush, appontando su una portaerei aveva annunciato all’America e al mondo che Saddam Hussein era stato sconfitto e che l’Iraq pacificato.

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Invece lo stato islamico «ancora comanda migliaia di combattenti in Iraq e Siria, gestisce otto divisioni, più di una dozzina di networks sul web e migliaia di sostenitori dispersi in tutto il mondo, nonostante le significative perdite territoriali e della sua leadership». Il giudizio non è di Nancy Pelosi o di qualche altro esponente del partito democratico: è quello professionale di Dan Coats, il direttore della National Intelligence. Lo stato reale dell’Isis è stato illustrato alla fine di gennaio al Comitato senatoriale sui servizi segreti.

Si tratta di un appuntamento annuale, il Worldwide Threat Assessment, cioè lo stato delle minacce globali ancora attive, che Donald Trump avrebbe fatto meglio ad attendere, prima di dichiarare la sua vittoria. Qualche giorno più tardi il presidente ha cercato di correggere il tiro, spiegando che l’Isis era stato «largamente sconfitto».

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Incapace di organizzare massicce offensive militari tra Iraq e Siria, nella penisola del Sinai egiziano o nel deserto libico, il movimento fondato dall’emiro Abu Bakr al Baghdadi è tornato alla sua ragione sociale originale: il terrorismo. Colpisce d’improvviso, come azione dimostrativa occupa villaggi che non può tenere a lungo, compie attentati esplosivi, incita i cani sciolti in Europa ad agire.
Annunciando il ritiro dal Nord della Siria e probabilmente dall’Afghanistan dove l’Isis ha una presenza crescente, Donald Trump commette lo stesso errore compiuto dagli americani nel 2003 : quando sguarnirono l’Afghanistan a un passo dalla vittoria definitiva sui talebani, per andare a invadere l’Iraq.

Il risultato è noto. L’Isis - e non solo quell’organizzazione terroristica - ha sempre prosperato sugli errori di chi doveva combatterlo ed eliminarlo. Si è insediato dove gli stati erano deboli o inesistenti, ha goduto dell’ambiguità di sauditi, degli Emirati, del Qatar, dell’Iran. Quella di Recep Erdogan è stata un’autentica connivenza che continua ancora oggi: soprattutto quando il presidente turco attribuisce l’etichetta di terrorista ai curdi e a chiunque non sia d’accordo con le sue politiche espansionistiche nella regione, indebolendo il fronte anti-Isis.

In realtà non sapremo mai quando quell’organizzazione sarà del tutto sconfitta. Anche quando verrà fisicamente sradicata dalle ultime sacche che controlla in Siria e Iraq, attraverso la sua propaganda in rete l’Isis sarà tecnicamente in grado di colpire ovunque. Per anni.

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