giorno della memoria

Padre Massimiliano Kolbe: «L'odio non serve a niente, solo l'amore crea...»

Bruno Borgowiec narra gli ultimi istanti: «Vidi padre Kolbe, in preghiera, porgere lui stesso il braccio al suo assassino. Non potevo sopportarlo»

di Alberto Fraccacreta

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(zatletic - stock.adobe.com)

Bruno Borgowiec narra gli ultimi istanti: «Vidi padre Kolbe, in preghiera, porgere lui stesso il braccio al suo assassino. Non potevo sopportarlo»


3' di lettura

Il 17 febbraio del 1941 Massimiliano Kolbe – sacerdote francescano, fondatore della Militia Immaculatae – e alcuni dei suoi confratelli sono arrestati dalla Gestapo nel convento di Niepokalanów (Città dell'Immacolata). Kolbe è trasferito prima nel carcere di Varsavia e poi ad Auschwitz il 28 maggio dello stesso anno: matricola 16670, deputato al trasferimento delle salme. Qualche mese dopo è spostato al block 14 e gli sono imposti mansioni di mietitura.

Il 29 luglio, a causa della fuga di un recluso politico, il Lagerführer Fritsch raccoglie una decina di prigionieri e decide di condannarli al block 11 – il bunker della fame –, per punire l'evasione. Franciszek Gajowniczek, tra le vittime prescelte, si getta a terra disperato perché non potrà più tornare a casa dalla moglie e i figli. Con un gesto temerario Kolbe esce dai ranghi. Fritsch estrae dalla fondina la P38. Racconta Franciszek Włodarski, uno dei testimoni oculari: «Padre Massimiliano, togliendosi il berretto, si mise sull'attenti dinanzi al comandante. Puntando il dito verso Gajowniczek, disse: “Sono un sacerdote cattolico polacco, sono anziano (in realtà, appena quarantesettenne), voglio prendere il suo posto, perché ha moglie e figli”».

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Contravvenendo alle ferree regole dei campi di concentramento – solitamente gli atti di fratellanza erano stroncati sul nascere –, Fritsch accetta. Lo stesso Gajowniczek, dopo molti anni, rivelò: «Potei solo cercare di ringraziarlo con gli occhi. Ero stravolto e facevo fatica a capire cosa stesse succedendo. [...] L'immensità del gesto: io, il condannato, dovevo vivere e qualcun altro, volontariamente e con gioia, aveva offerto la sua vita per me, un estraneo. Era un sogno o era realtà?».

Il sacrificio di padre Kolbe

Un altro testimone, Jozef Stemler, soggiunse: «La notizia dell'episodio si diffuse nel lager la notte stessa. Il sacrificio di padre Kolbe provocò una grande impressione nelle menti dei prigionieri. [...] Tutti i superstiti di Auschwitz testimoniano all'unanimità che, da allora, il campo divenne un luogo un po' meno infernale...». Del resto, l'offerta della propria vita era già messa in conto e disseminata nell'imponente opera di scrittura che impegnò il religioso durante tutta la sua esistenza. Egli fondò infatti una rivista, il Miles Immaculatae, che già nel '38 ebbe la tiratura impressionante di un milione di copie; fu radioamatore; scrisse meditazioni, esercizi spirituali, articoli, racconti, appunti di cronaca e migliaia di lettere missionarie, ora riunite in volume, Fonti kolbiane.

“Le lettere”

“Le lettere” (a cura di Raffaele Di Muro, Emil Kumka e Tomasz Szymczak, vol. I, Edizioni Messaggero Padova, pp. 928, € 60). Di Muro, eletto proprio in questi giorni nuovo preside della Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura”, è presidente internazionale della Milizia dell'Immacolata e ha scritto di recente “Temi di vita spirituale” (Miscellanea Francescana, pp. 230, € 18), volume dedicato alle «dinamiche» e alle «componenti della santità», tra cui ovviamente quella kolbiana.

Padre Massimiliano e gli altri condannati furono rinchiusi in cella senza poter mangiare né bere. Dopo quindici giorni di umilianti condizioni, soltanto in quattro erano ancora vivi. I carcerieri delle SS restarono letteralmente sbalorditi: non solo il frate era quieto e cosciente, ma mostrava persino la forza di intonare canti alla Vergine (avevano tutti «l'impressione di essere in una chiesa»).

Il 14 agosto Bock, addetto all'infermeria, applica ai prigionieri iniezioni endovenose di acido fenico per chiudere la questione. Gajowniczek disse di aver udito queste parole – rivolte da Kolbe al suo carnefice –, divenute ormai proverbiali: «Lei non ha capito nulla della vita. L'odio non serve a niente, solo l'amore crea...».

Con l'ago infilato nella vena del braccio sinistro si poteva osservare il gonfiore che correva vorticoso dall'arto al petto, ingrossandosi sempre di più all'altezza del cuore. In soli dieci secondi.

Bruno Borgowiec narra gli ultimi istanti: «Vidi padre Kolbe, in preghiera, porgere lui stesso il braccio al suo assassino. Non potevo sopportarlo. Con la scusa che avevo del lavoro da fare, me ne andai. Ma non appena gli uomini delle SS e il boia se ne furono usciti, tornai. Padre Kolbe era seduto, eretto, appoggiato al muro. La testa era piegata leggermente da una parte. I suoi occhi erano aperti. Il suo volto era puro e sereno, raggiante».


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