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Paesi del Golfo, rischio di recessione prolungata oltre l’emergenza

Il settore non energetico può essere penalizzato da aiuti troppo modesti. E il rinvio di Expo darà un altro duro colpo all'economia della regione

di Roberta Miraglia

Non solo coronavirus dietro al crollo del petrolio

Il settore non energetico può essere penalizzato da aiuti troppo modesti. E il rinvio di Expo darà un altro duro colpo all'economia della regione


3' di lettura

Nelle economie del Golfo la pandemia di coronavirus porterà a una recessione del settore non petrolifero che rischia di prolungarsi oltre la fine dell’emergenza se i pacchetti di stimolo dei Governi, finora troppo timidi, non andranno in soccorso in maniera più estesa delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie.

Stretti tra il crollo delle quotazioni del greggio e il blocco delle attività produttive di mezzo pianeta, i Paesi Gcc (Gulf cooperation council) andranno incontro a una contrazione del comparto non energetico stimata in almeno il 2% nel corso dell’intero 2020. La previsione è del think tank britannico Oxford Economics, che sottolinea come al momento i Governi abbiano messo in moto pacchetti di aiuti insufficienti a far fronte alla crisi.

Rinvio di Expo e recessione in vista
Il rinvio in vista, probabilmente di un anno, di Expo Dubai prevista a ottobre sarà un ulteriore colpo alla regione che dall’esposizione attendeva un volano per gli investimenti e il turismo. L’Expo, secondo le stime, avrebbe dato un contributo dell’1,5% al Pil di Dubai.

La recessione nell’area, sottolinea Ziad Daoud di Bloomberg Economics, rischia peraltro di assumere la temuta forma a L (discesa rapida e lunga stagnazione successiva) perché, superata l’emergenza, la ripresa delle attività potrebbe essere insufficiente alla crescita. «L’aumento della produzione petrolifera potrebbe invertire la tendenza ma i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo soffriranno probabilmente una contrazione di circa il 2% delle attività non energetiche», quelle che più danno la misura della salute economica e diventano il motore per la creazione di occupazione. La crescita delle attività economiche diverse dall’energia, sottolinea l’analista, «rischia di rimanere bassa anche a crisi finita e la gravità dello shock petrolifero potrebbe rendere i Governi riluttanti a spendere, pre requisito, questo, per una ripresa forte nei prossimi anni».

Scarsi aiuti alle imprese
L’Arabia Saudita ha annunciato riduzioni di spesa pari a 50 miliardi di riyals (13,3 miliardi di dollari). Anche l’Oman pensa di tagliare le uscite del 5% e ha dato istruzioni alle aziende statali di diminuire le spese correnti del 10 per cento, congelando gli investimenti.

Intanto le misure fiscali a sostegno dell’economia, si legge nel report di Oxford Economics, con l’eccezione del Bahrain, sono pari all’1-1,5% del Pil e soprattutto qualitativamente inadatte a preservare la capacità produttiva oltre la crisi, perché offrono per lo più rinvii di pagamenti di tasse e mutui ma nessun sostegno a lavoratori e famiglie. «La mancata estensione del sostegno - scrive Scott Livermore, capo economista per il Medio Oriente di Oxford Economics - porterà alla chiusura di molte aziende e alla distruzione di posti di lavoro che limiteranno la capacità delle economie nella fase della ripresa, quando il peggio della pandemia sarà passato».

Il solo Barhein si è allineato agli interventi dei Paesi europei e degli Stati Uniti, mettendo in atto misure pari al 28% del suo Prodotto interno lordo che prevedono il pagamento dei salari nel settore privato per tre mesi a partire da aprile e interventi della banca centrale per assicurare liquidità alle imprese. L’Arabia Saudita, invece, si è limitata all’1,9% del Pil (slittamento dell’Iva, rinvio del pagamento dei mutui per le Pmi).

Negli Emirati Arabi Uniti, i Governi di Dubai e Abu Dhabi hanno annunciato aiuti alle imprese per pagare gli affitti e un ribasso delle tariffe delle utilities, per un totale di intervento fiscale diretto pari all’1,4 per cento del Pil. Gli Eau hanno inoltre introdotto modifiche alle leggi sul lavoro che permettono di tagliare i salari nelle varie zone economiche speciali di Dubai. «Modesto» l’intervento di Kuwait e Qatar, con pacchetti di aiuto al di sotto dell’1,5 per cento del Pil.

Le riduzioni dei deficit, che sono stati gonfiati dal crollo delle quotazioni del petrolio, dovranno essere rimandate al 2021, suggeriscono gli analisti, se le economie dell’area vogliono evitare fallimenti di imprese e fuga dei lavoratori stranieri che rallenterebbero in seguito, a crisi superata, la ripresa del settore non energetico sul quale puntano i programmi di diversificazione varati negli ultimi anni.

Per approfondire:
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