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Pakistan: il terrorismo mette a rischio i piani infrastrutturali cinesi

Dietro gli attentati ci sono le rivendicazioni di una parte della popolazione del Baluchistan, una provincia da anni alla periferia dell’agenda politica pakistana che sta vedendo piovere miliardi di dollari di investimenti senza ricadute sul territorio

di Marco Masciaga

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3' di lettura

Quando la scorsa estate l’ambasciatore cinese in Pakistan ha fatto ritorno a Islamabad dopo un’assenza insolitamente lunga, la sua agenda degli appuntamenti ha preso una piega meno altisonante del solito. Non solo ministri e alti funzionari, ma spesso e volentieri misconosciuti leader nazionalisti della più vasta, desertica e arretrata provincia del Paese, il Baluchistan. Il duplice messaggio lanciato al governo non poteva essere più chiaro: siamo seccati e se voi non siete in grado di garantire la sicurezza dei nostri espatriati, ci penseremo noi.

A raffreddare i rapporti tra quelli che, nel linguaggio diplomatico di Pechino, sono da anni «all-weather friends» c’è l’ostilità di alcuni gruppi militanti pachistani, su tutti l’Esercito di liberazione del Baluchistan, verso il China-Pakistan Economic Corridor (Cpec), una rete di progetti infrastrutturali (autostrade, ferrovie, zone economiche speciali, centrali elettriche, dighe) da 62 miliardi di dollari che formano uno degli assi della Belt and Road Initiative cinese, il perno della politica estera e commerciale del presidente cinese Xi Jinping.

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Crescendo di attentati

L’ostilità ha preso la forma di attacchi terroristici. Nel 2018 c’è stato il fallito assalto al consolato cinese di Karachi costato la vita a due poliziotti, due civili e tre attentatori, tutti pachistani; nel 2021 l’ordigno che ha fatto precipitare in una scarpata un bus diretto al cantiere di una diga costato la vita a nove lavoratori cinesi e quattro pachistani; nello stesso anno un attacco contro un convoglio di auto vicino al porto di Gwadar, costato la vita a due bambini cinesi; lo scorso aprile una donna si è fatta esplodere accanto a un minibus che trasportava alcuni dipendenti del Confucius institute dell’Università di Karachi uccidendo tre cittadini cinesi e il loro autista locale.

Un crescendo avvenuto nonostante la creazione nel 2016 di una divisione speciale all’interno delle forze armate pakistane da 15mila soldati, l’aggiunta di una seconda divisione nel 2020 e la collaborazione di corpi paramilitari e di intelligence forti di decine di migliaia di uomini. Una quantità enorme di risorse per cercare di proteggere i lavoratori dei cantieri che inevitabilmente lascia delle falle, come quella in cui una settimana fa è caduto un comune cittadino cinese residente a Karachi, ucciso in un attacco rivendicato da un nuovo gruppo nazionalista locale.

Investimenti senza ricadute

Dietro tanta violenza ci sono le rivendicazioni di una parte della popolazione del Baluchistan, una provincia da anni alla periferia dell’agenda politica pakistana che sta vedendo piovere miliardi di dollari di investimenti che non sembrano mai irrigare un’economia locale sempre più inaridita. In parte per il modello di gestione di questi progetti prediletto dai cinesi che si basa sull’esportazione della manodopera; in parte per le decisioni, in questo caso tutte pachistane, su dove collocare i progetti: Punjab e Sindh (dove si vincono o si perdono le elezioni nazionali) ai tempi del governo di Nawaz Sharif; Khyber Pakhtunkhwa, la roccaforte elettorale di Imran Khan, durante la sua premiership.

Costi della sicurezza alle stelle

Il risultato della campagna di attacchi alimentata anche da queste scelte è stato duplice: un incremento dei già esorbitanti costi per la sicurezza sostenuti dal governo pachistano e un rallentamento del ritmo dei lavori per i contractor cinesi. Per entrambi i governi si tratta di pessime notizie.

Il Pakistan è un Paese in ginocchio: dopo aver scongiurato il default ad agosto grazie a un prestito da 1,1 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale è stato colpito da inondazioni che hanno fatto migliaia di vittime e danni per 30 miliardi. Secondo Bloomberg ha il 59% di possibilità di essere travolto da una crisi valutaria da qui a giugno 2023.

Infrastrutture indispensabili

La Cina, con la sua economia in frenata, ha bisogno di completare i progetti non solo per ragioni commerciali, ma anche geopolitiche. L’oleodotto in programma tra il porto di Gwadar, nella provincia pachistana del Baluchistan, e Kashgar, nella provincia cinese dello Xinjiang, dovrà creare un'alternativa al trasporto del petrolio via mare attraverso lo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia strategicamente vulnerabile in caso di conflitto. Non solo: Pechino non nasconde le sue ambizioni sulle ricchezze minerarie afghane, il litio in particolare, e data l’influenza di Islamabad sulla leadership talebana, creare infrastrutture efficienti nella regione sarebbe doppiamente utile.

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