sfida ai partiti tradizionali

Pakistan al voto, una transizione difficile

di Marco Masciaga

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3' di lettura

Con il voto in programma domani, il Pakistan si appresta a vivere la seconda transizione tra governi civili della sua storia. Eppure, nonostante il confronto con un passato a dir poco drammatico, costellato di colpi di stato e violenza politica su una scala con pochi eguali nel pianeta, questa potenza atomica di 106 milioni di elettori (e quasi 200 milioni di abitanti) si sta avvicinando al voto in uno straordinario clima di caos, paura e diffidenza. Non solo tra i leader dei partiti, ma anche tra alcuni di loro e le onnipotenti Forze armate e il potere giudiziario, con sullo sfondo episodi sempre più gravi e frequenti di intimidazioni nei confronti dei media.

La storia politica pakistana recente è stata dominata da due schieramenti, fortissimamente identificati con altrettante famiglie e con le due più popolose province del Paese. Quest’anno però le cose dovrebbero cambiare.

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La Pakistan Muslim League - Nawaz (Pml-N) è il partito di Nawaz Sharif, il tre volte primo ministro arrestato pochi giorni fa assieme alla figlia Maryam dopo una condanna per corruzione. Lo scettro del principale partito conservatore del Paese è quindi passato al fratello dell’ex premier, Shehbaz Sharif, tre volte chief minister del Punjab, la provincia più ricca e popolosa del Paese. Gli Sharif si dicono osteggiati dalle Forze armate (Nawaz venne deposto in un colpo di stato nel 1999) e dalla magistratura, citando il fatto che i procedimenti giudiziari aperti contro gli attivisti del partito sarebbero circa 17mila.

Lo schieramento che per decenni si è alternato con la Pml-N alla guida del Paese è il Pakistan Peoples Party del clan Bhutto che ha la sua base elettorale nel Sindh. Questa volta il candidato premier del partito progressista sarà il 29enne Bilawal Bhutto Zardari: studi a Oxford, pochissima esperienza, ma un pedigree politico impeccabile: è il figlio dell’ex premier Benazir Bhutto, uccisa in un attentato nel 2007, ed è il nipote dell’ex primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, deposto nel 1977 e fatto impiccare due anni più tardi da una delle tante giunte militari avvicendatesi alla guida del Paese.

La novità del voto di domani dovrebbe essere però Imran Khan, un’affascinante

ex superstar del cricket, che dopo oltre due decenni di politica sembra finalmente sul punto di fare il salto di qualità con la “sua” formazione, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti). Khan si presenta come un’alternativa “pulita”, a un tempo populista e liberista, alla tradizionale diarchia dei clan Sharif e Bhutto, ma negli ultimi anni ha forse coltivato rapporti più intensi di quanto fosse raccomandabile con le “anime nere” del Paese: le Forze armate e alcune formazioni islamiche radicali.

I sondaggi dicono che la sfida principale sarà quella tra il Pml-N del clan Sharif e il Pti di Imran Khan, con il Ppp della famiglia Bhutto potenziale ago della bilancia nel caso che nessuno dei due favoriti riesca a ottenere una maggioranza in Parlamento. Tra gli elementi di contorno spiccano senza dubbio i partiti islamisti radicali che collettivamente presentano 1.500 candidati alcuni dei quali hanno potuto godere dell’appoggio in campagna elettorale nientemeno che di Hafiz Saeed, il leader religioso accusato di essere la mente dietro gli attacchi di Mumbai del 2008 che costarono la vita a 164 persone, nonché uno degli uomini più ricercati dalle autorità anti-terrorismo americane.

Analogamente al quadro politico, anche quello economico nasconde, dietro un successo di facciata, diverse criticità. I motivi di ottimismo sono presto detti: nell’anno fiscale in corso il Pil pakistano dovrebbe crescere, anche grazie agli enormi investimenti per la Belt and Road Initiative cinese, di circa il 5,8%, il tasso più alto da oltre un decennio. Il problema è che le riserve di valuta estera sono scese a 9,5 miliardi di dollari (quanto basta per circa un mese di importazioni), da gennaio la rupia pakistana ha perso il 14% e il deficit delle partite correnti a quota 18 miliardi di dollari ha spinto la State Bank of Pakistan (Sbp) ad alzare i tassi d’interesse e bloccare le importazioni di oltre cento categorie di prodotto. Non solo, l’export ormai vale solo il 7% del Pil, un quarto della media dei Paesi asiatici in via di sviluppo. Chiunque vinca ha buone possibilità di trovarsi nel giro di pochi mesi a chiedere l’ennesima linea di credito al Fondo monetario internazionale, a meno di due anni dal saldo di un precedente prestito da 6,6 miliardi di dollari.

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