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Palamara, respinta la richiesta di ricusazione dei giudici

L’appartenenza all’Anm e l’esistenza di un possibile generico interesse di natura ideologica, relativo a principi costituzionali comuni non solo alle toghe, non crea un problema di imparzialità

di Patrizia Maciocchi

Luca Palamara (Imagoeconomica)

4' di lettura

«Il fatto che l’Anm abbia deliberato l’espulsione di Luca Palamara e che ciò sia avvenuto all’esito di una assemblea generale non costituisce di per sé la dimostrazione di un fatto inficiante la presunzione di imparzialità dei singoli magistrati, chiamati a giudicare il predetto nell’ambito di un procedimento penale»

L’espulsione dopo l’assemblea

Né si può sostenere che l’imparzialità sia messa a rischio dall’esistenza di un generico interesse di natura ideologica, che nello specifico riguarda l’affermazione di principi costituzionali, comune non solo all’Associazione nazionale magistrati o alle singole toghe. Con questa motivazioni la Corte di cassazione (sentenza 44436) ha confermato il rigetto del ricorso presentato dalla difesa di Luca Palamara, con il quale chiedeva la ricusazione dei giudici nel processo che lo vede imputato per corruzione, in quanto iscritti all’Anm. Per la difesa di Palamara infatti sono stati «violati i principi della Cedu sulla imparzialità dei giudici che fanno parte della stessa associazione sistematicamente ostile a Palamara con il rischio di condizionamento dell'attività dei giudici». Non sono d’accordo invece i supremi giudici, secondo i quali l’espulsione deliberata dall’Anm dopo l’assemblea generale non basta a scalfire la presunzione di imparzialità dei giudici, che riguarda ipotesi tipizzate. La questione si sarebbe potuta porre, precisa la Suprema corte «qualora fosse risultato che i giudici ricusati avessero preso parte e votato l’espulsione di Palamara ma in tal caso il motivo di ricusazione andava ravvisato non tanto nell’esistenza di un interesse al procedimento, quanto nell’aver manifestato il proprio convincimento, sia pur su fatti non del tutto coincidenti con l’oggetto dell’imputazione, al di fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie». Evenienza che non è stata, tuttavia, neppure dedotta dal ricorrente, sicché deve ritenersi che i giudici ricusati non hanno avuto alcun ruolo nella vicenda associativa che ha coinvolto Palamara.

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Esclusi interessi patrimoniali

La Cassazione sgombra il campo dalla possibilità di un interesse patrimoniale, ipotizzato dal ricorrente. Per il Supremo collegio, non ha, infatti, “concretezza” il riferimento della difesa dell’ex Pm al “vantaggio patrimoniale” di cui potrebbe beneficiare l’Anm in caso di riconoscimento di danni morali, e che potrebbe tradursi in «un aumento nei servizi, di natura prettamente sindacali, resi in favore degli iscritti». Un tipico esempio di vantaggio non solo indiretto «ma anche del tutto eventuale, presupponendo che i magistrati ricusati siano interessati, in futuro, ad ottenere un qualche tipo di assistenza sindacale dall’Anm e che il medesimo servizio non sarebbe garantito, con le medesime modalità, in assenza dell’incremento patrimoniale che potrebbe derivare dall’accoglimento della domanda risarcitoria».

Gli interessi ideologici

Per i giudici resta in piedi il motivo di ricusazione relativo alla comunanza di interesse non patrimoniale. Ma anche in questo caso la tesi non regge. Nello specifico si configura, infatti, come un generico interesse di natura ideologica, in quanto concernente l’affermazione di principi di rango costituzionale, rispetto ai quali non è neppure ipotizzabile una esclusiva riferibilità all’Anm, ovvero ai singoli magistrati in quanto tali, anche se aderenti all’associazione. Nella nozione di interesse nel procedimento - scrivono i giudici - non si può pertando ricomprendere quello “politico” o “ideologico” «trattandosi di fenomeno indifferenziato, comune a ogni cittadino. Perchè questo interesse non prevalga sull’imparzialità del giudicante, l’ordimento predispone gli strumenti normativi diretti alla scelta e alla formazione professionale del magistrato, le regole deontologiche e l’istituto della responsabilità disciplinare». Un principio che, avverte la Cassazione, conferma l’assunto di partenza, secondo il quale l’interesse «che inficia l’imparzialità del giudicante deve tradursi in un vantaggio specifico, personale e giuridicamente rilevante, essendo escluso in tutti quei casi in cui vi può essere al più un coinvolgimento nel giudizio di valori generali e rispondenti ad un interesse diffuso, la cui affermazione è intrinsecamente insuscettibile di tradursi in un vantaggio personale». Dalla Suprema arriva anche il no alla richiesta della difesa al rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Da rivedere la sentenza sulle chat di segnalazioni

Sempre ieri la Suprema corte (sentenza 34380) ha accolto il ricorso del pubblico ministero che chiedeva di rivedere la sentenza (51/2022) con la quale la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha assolto la presidente del tribunale di Firenze, Marilena Rizzo aderente ad Unicost, dall’accusa di aver violato «i doveri di correttezza ed equilibrio». Alla base delle accuse le chat scambiate con l’ex Pm Palamara, nelle quali, secondo l’incolpazione, interloquiva per alcune nomine riguardanti incarichi semidirettivi interni al suo ufficio. Indicando, sempre secondo le accuse, magistrati «appartenenti alla corrente o comunque magistrati a lei graditi». Secondo il Csm un paio di “segnalazioni” andavano interpretate come un contributo qualificato dovuto alla conoscenza di due candidati per un lavoro prestato nello stesso ufficio della dottoressa Rizzo. E, pur considerata l’inopportunità del canale utilizzato, la sentenza impugnata «ha negato che risultasse attinta la soglia della grave scorrettezza» anche relativamente ai giudizi che avevano riguardato altre toghe. Oggi la Cassazione chiede ai probi viri del Csm di integrare la motivazione, considerando anche il ruolo rivestito dall’incolpata, e alla luce dei principi affernati dalle Sezioni unite con la sentenza 22301/2021, relativa alla configurabilità dell’illecito disciplinare «con riguardo a condotte volte al discredito di possibili aspiranti alla direzione di uffici giudiziari o a concertare, per soddisfare interessi personalistici, chi debba ricoprire tali incarichi».

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