coronavirus e povertà

Palazzo Migliori: ecco come funziona l’hotel dei senzatetto voluto da Papa Francesco

Fanno la fila, ogni sera, alle 18.30, con trolley e zaini al seguito. Aspettano ordinatamente. Fortunati rispetto ai senzatetto che appena arriva il buio stendono i cartoni sul duro selciato

di Nicoletta Cottone

Coronavirus e povertà: a Palazzo Migliori l’hotel per i senzatetto di Papa Francesco

4' di lettura

Il refettorio di Palazzo Migliori

Fanno la fila, ogni sera, alle 18.30, con trolley e zaini al seguito. Aspettano ordinatamente. Fortunati rispetto ai senzatetto che appena arriva il buio stendono i cartoni sul duro selciato, si infilano nei sacchi a pelo o sotto le coperte per tentare di contrastare il freddo. I più fortunati hanno una tenda per ripararsi, mentre gli altri restano a dormire in strada, sotto i ponti o fra le colonne del porticato di piazza San Pietro. A Palazzo Migliori in 29 sono in coda ogni sera, perchè hanno trovato un riparo dove dormire la notte, ospiti dell’hotel dei senzatetto voluto da Papa Francesco a pochi metri dal Vaticano. Si entra uno per volta, distanziati e rigorosamente con la mascherina. Si igienizzano le mani, la suola delle scarpe, si misura la temperatura con i totem messi a disposizione dal Vaticano o con i mezzi tradizionali. «L’idea di Palazzo Migliori - spiega Carlo Santoro, direttore di Palazzo Migliori e dirigente della comunità di Sant’Egidio - è quella di dare innanzitutto un tetto alle persone che vivono per strada e di non farcele tornare, consentendogli una vita normale. La prospettiva futura è di aiutarli a trovare una casa vera e propria».

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C’è chi la prima notte non ha dormito per l’emozione di avere un letto

«La prima notte che sono arrivato - racconta Silvano, ospite dall’apertura del rifugio, dopo aver vissuto in strada per otto anni - fino alle due di notte non ho preso sonno, perchè non ero abituato al letto. Dopo otto anni a dormire in strada sul cartone, ti metti a letto e non riesci ad addormentarti. Quando entri fai una bella doccia, mangi, hai un posto caldo dove puoi leggere un libro, un armadio dove nessuno ti ruba nulla. Palazzo Migliori è un sogno». La costruzione settecentesca in largo degli Alicorni, con vista sul colonnato di San Pietro, sembrava destinata a diventare un hotel di lusso dopo aver ospitato una casa alloggio per ragazze madri delle suore calasanziane. Ora invece è un albergo che aiuta gli ultimi, le persone che sono più in difficoltà. Papa Francesco lo ha donato ai più poveri attraverso l’Elemosineria apostolica, affidandone la gestione alla Comunità di Sant'Egidio. L’Elemosineria, guidata dall’infaticabile cardinale polacco Konrad Krajewski, ha fatto ristrutturare l’immobile da senzatetto e ditte specializzate. Operazione finanziata con le offerte provenienti delle pergamene con la Benedizione Apostolica e dalla generosità di contributi privati. I volontari fanno il resto.

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Il direttore di Palazzo Migliori Carlo Santoro

Le restrizioni imposte dal Covid

Aperto poco meno di un anno e mezzo fa, inaugurato da Papa Francesco, il palazzo ha dovuto diminuire da 35 a 29 i posti dell’accoglienza per rispettare il distanziamento imposto dalle regole stringenti anti-Covid 19. Dieci ospiti sono già stati vaccinati per volere di Papa Francesco. «L’unica persona stipendiata - spiega il direttore Carlo Santoro - è il portiere, sempre presente. Per il resto c’è una turnazione quotidiana di volontari della Comunità di Sant’Egidio e di tutti coloro che ci danno una mano. Per esempio la mattina c’è un ampio turno di religiosi che lavorano in zona San Pietro e alle 6.30-7 sono già qui per preparare e servire la colazione». Nel palazzo ci sono stanze per riposare che accolgono uomini e donne in difficoltà, c'è un refettorio dove si mangia rispettando il distanziamento, ma in compagnia.

La chiesetta di Palazzo Migliori

Ai fornelli chef e volontari

Ai fornelli della bella cucina si alternano cuochi e volontari. Fra loro Angelo Misseri, celebre chef della Capitale che qualcuno ha definito il dj della cucina. «Si può cucinare anche giocando sulle varietà della cucina, con qualcosa di un po’ più divertente. Non necessariamente si deve fare una cucina da ospedale. Puntiamo su una cucina che nutre, che è sana, ma che ha un po’ di frizzantezza». La cena della serata è un piatto unico che richiama un po’ il Giappone: riso cotto al vapore con salsa di soia e mirin (una sorta di sakè dolce giapponese da cucina), con broccoletti ripassati e cotolette di maiale panate e fritte.

L’insegna del palazzo dell’Elemosineria apostolica

Molte donne dell’Est e anziane che vivevano per strada

«I nostri ospiti - spiega Carlo Santoro, direttore di Palazzo Migliori - sono persone molto varie. Diverse donne anziane dell’Est europeo, che sono in Italia da molti anni, che hanno lavorato nelle case con anziani e al momento della morte di chi assistevano si sono trovate per la strada. Ci sono diversi italiani, alcuni disabili fisici, che in questo momento non sanno dove andare. Ci sono anziane italiane che abbiano trovato per strada senza documenti e, quindi, senza possibilità di avere assistenza sanitaria».

Palazzo Migliori visto dal colonnato

In strada non scatta l’allarme Covid

La mancanza di assistenza sanitaria è uno dei più grandi problemi di chi vive per strada. «Una febbre per qualsiasi persona - spiega Claudia Palazzolo, infettivologa - è la corsa a fare il tampone, per loro invece è una febbre come un’altra. Noi che abbiamo fatto tanti tamponi per controllare l’infezione, abbiamo riscontrato qualche tampone positivo. Alcuni di loro sono stati in ricoverati in ospedale, altri negli alberghi per mantenere la quarantena. In realtà c’è stato un tasso minore non tanto di malattia, quanto di diagnosi. Come per tutte le cose che riguardano le persone che vivono ai margini. É difficile arrivare alla diagnosi, perchè è difficile accedere alle cure. Per questo vivere in queste case fa la differenza, perchè c’è la possibilità di seguire nel tempo gli ospiti, sempre con uno stesso pensiero sulla persona». Palazzo Migliori, nonostante la pandemia abbia reso tutto più difficile, contrinua a vivere grazie al lavoro dei volontari e alla generosità dei sostenitori.

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