medio oriente

«Palestina entro i confini del 1967». Cosa c’è dietro la svolta di Hamas

di Ugo Tramballi

(AFP)

3' di lettura

In questo conflitto, il più antico e irrisolto fra i molti mediorientali, le buone notizie vanno prese con beneficio d’inventario: c’è sempre il pericolo che dietro si celi un inganno. Ma proprio perché le ragioni di ottimismo sono così rare nell’ultracentenario confronto tra israeliani e palestinesi, una buona notizia merita di essere studiata.

I fatti che vengono da Gaza, controllata da Hamas, sono questi. Isolato dall’Egitto, dal fronte sunnita dell’Arabia Saudita e da quello sciita di Iran ed Hezbollah libanese (nelle sue posizioni ondivaghe aveva deluso tutti), Hamas cambia rotta. O così sembra. L’unico testo scritto del movimento era la carta istitutiva del 1988. Più che una costituzione sembrava una copia dei Protocolli dei savi di Sion, il testo principe dell’antisemitismo internazionale. L’altro ieri il movimento ha diffuso un nuovo documento nel quale il nemico non sono più gli ebrei ma Israele: «L’aggressore sionista occupante»; e si acconsente alla nascita di uno Stato indipendente palestinese a Est dei confini del 1967.

Loading...
Hamas accetta lo Stato palestinese nei confini del 1967

Hamas non cita Israele ma affermando quei confini – l’attuale linea verde, punto di partenza del più che ventennale negoziato di pace – ammette che a Ovest di quella demarcazione esiste qualcuno. È un avvicinamento alla posizione di Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese di Ramallah e dell’Olp, che riconosce l’esistenza di Israele. Questo è il lato positivo della notizia. Il negativo è che il nuovo documento non sostituisce la carta fondante del movimento: rimane dunque l’antisemitismo e la volontà di distruggere Israele.

Ma Hamas non è un’organizzazione piramidale e disciplinata come Hezbollah: c’è l’ala militare e quella politica, il partito della trattativa e della lotta senza quartiere. Inoltre, nessun movimento di liberazione nazionale, compreso quello sionista, è mai passato dalla militanza armata alla diplomazia nello spazio di un solo documento. Fra alti e bassi, speranze e delusioni, per tutti il mutamento è stato il frutto di una dinamica politica. Sta accadendo anche ad Hamas? È evidentemente presto per crederci ma vale la pena andare a vederne il gioco, non fosse che per mancanza di alternative. Sfortunatamente Hamas esiste: dopo quattro devastanti guerre con Israele, Gaza è sempre sotto il suo controllo. Nonostante nella striscia si faccia la fame, il consenso popolare sembra ancora forte. Lo è anche in Cisgiordania: se domani ci fossero elezioni palestinesi trasparenti, forse Hamas batterebbe ancora Fatah.

«Hanno costruito tunnel per i terroristi e lanciato migliaia di razzi contro civili israeliani», è la reazione del portavoce di Bibi Netanyahu, il premier di Israele. È proprio col proposito di impedire che continuino a scavare e sparare che varrebbe la pena di osservare con attenzione se anche a Gaza è in corso un’evoluzione.

Un segnale che sicuramente gli israeliani hanno notato, nonostante le dichiarazioni negative di circostanza, è che il nuovo documento di Hamas non cita mai i Fratelli musulmani: dopo tutto il movimento di Gaza è la costola palestinese della fratellanza. Non è una svista, hanno deciso di non ricordarla perché non sarebbe piaciuto al governo del Cairo: è per togliere di mezzo i Fratelli musulmani egiziani che il generale al-Sisi fece il colpo di stato del 2013. È dunque molto probabile che il documento nel quale Hamas si avvicina alle posizioni negoziali di Fatah, sia stato ispirato dall’Egitto, il migliore alleato strategico di Israele nella regione oggi, nel tempo di al-Sisi, come ieri, ai tempi di Hosni Mubarak.

Nell’immobile confronto tra israeliani e palestinesi che non degenera mai in grande conflitto né si eleva a miracoloso negoziato, forse stanno accadendo cose. In settimana Abu Mazen sarà ricevuto alla Casa Bianca e per far risuscitare il defunto negoziato, l’imprevedibile Donald Trump potrebbe inventarsi qualcosa. Non c’è presidente degli Stati Uniti che negli ultimi 50 anni non abbia sognato di sottoscrivere un trattato di pace definitivo fra Israele e gli arabi. A dispetto delle dilettantesche dichiarazioni sul tema in campagna elettorale, Trump non è da meno.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti