la moda nel mezzogiorno

Palmieri: «Per crescere le imprese del Sud devono aggregarsi»

Secondo il vicepresidente di Pianoforte Holding (Carpisa, Yamamay e Jaked) e vicepresidente di Smi con delega per il Mezzogiorno, è tempo che le aziende del settore facciano sistema per potersi sviluppare anche all’estero

di Vera Viola


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La sartorialità artigianale di Isaia Napoli

3' di lettura

«La moda del Sud ha bisogno di una significativa crescita dimensionale. Siamo in tanti, ma troppo piccoli e fragili». Carlo Palmieri, vicepresidente di Pianoforte Holding (Carpisa, Yamamay e Jaked) e vicepresidente di Sistema Moda Italia con delega per il Mezzogiorno, è certo che questo è il vero nodo. «Non è una novità - aggiunge -: la piccola dimensione è un limite, si sa, se ne parla da anni, ma non è mai cambiato nulla. Oggi però la crescita è urgente. La dinamica sui mercati è tanto veloce che si rischia di esserne messi al bando in poco tempo. La variabile tempo è determinante».

Piccole imprese e fragili: ci spieghi qual è la realtà del comparto moda meridionale oggi.
«Cito pochi dati. Il rapporto del Centro studi di Confindustria Moda ci descrive una realtà del comparto tessile e moda molto chiaro. Se guardiamo al numero di imprese, il Sud nel 2018 ne ha censite 9.208, mentre nell'intero Paese se ne contano 45.558. Insomma, parliamo, se consideriamo il numero delle imprese, del 20%. Non poco».

E allora?
«Se invece consideriamo l'export, asset fondamentale in una fase di calo dei consumi domestici, possiamo verificare che ai 31,5 miliardi di esportazioni nel 2018 del Paese intero, il Sud contribuisce con 1,4 miliardi, pari a meno dell'1%. È chiaro che non c'è proporzione tra i dati sul numero di imprese e la percentuale dell'export. Insomma, le imprese meridionali non sono poche, ma sono tanto piccole da non riuscire a produrre ed esportare abbastanza».

Un vecchio problema. Ma come affrontarlo?
«Servono programmi che favoriscano l'aggregazione di aziende al fine di farle crescere e assumere maggiore peso. Per stare al passo con i tempi e per resistere sul mercato, un'impresa ha necessità di sostenere investimenti tanto alti che da sola non può farcela. Specie in una fase di rapida trasformazione: cambia la distribuzione nel mondo e assume un ruolo sempre piu pregnante la multicanalità legata all'innovazione tecnologica digitale».

Le Reti d'impresa non hanno avuto fortuna nel settore della moda ?
«Si tratta di uno strumento che andava nella direzione giusta ma che al Sud non ha trovato la corretta e piena applicazione. A questo proprosito devo ammettere che anche l'imprenditore del Sud finora ha trascurato tali opportunità. Ma a questo punto è necessario che modifichi il proprio approccio. Anche Confindustria Moda Italia si sta battendo per favorire questo cambio di paradigma».

Ma ci sono aziende che diversamente da altre hanno imboccato strade vincenti.
«È vero, e si tratta di numerose e importanti realtà. Preferisco non fare i nomi, ma le storie sono esemplari. Ci sono insomma vere eccellenze del territorio che continuano a mietere successi sui mercati internazionali. Vorrei fare un appello a queste aziende affinché assumano un ruolo da tutor e guida di altre imprese più piccole e meno attrezzate».

Ci faccia degli esempi.
«Certo, c'è chi è partito dalla tradizione artigianale del prodotto di qualità e ha saputo transitare in una dimensione industriale non perdendo il dna di partenza. C'è anche chi, con investimenti in digitalizzazione e industria 4.0., ha conquistato efficienza, produttività, mercati. Oppure chi, attento a non perdere di vista l'identità del proprio brand, grazie all'innovazione del prodotto adeguato ai tempi e ai mercati ha modellato la sua offerta su lle esigenze dei consumatori. Chi, infine, si è aperto a capitali terzi per rafforzare la struttura patrimoniale di un'impresa».

E per il futuro quali altre leve di crescita pensa si debbano attivare?
«Credo fortemente che si debba investire sempre di più nella formazione specialistica dei nostri giovani. Vorrei che i giovani, anziché emigrare e cercare sbocchi in altri territori, diventassero la vera leva di sviluppo per le nostre imprese».

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