Interventi

Pandemia e recessione: l'insostenibile leggerezza di un meccanismo di «instabilità » europea

di Ezio Perillo*

(HQUALITY - stock.adobe.com)

4' di lettura

È tempo di dire le cose come stanno. I cittadini europei sanno bene, perché vissuta direttamente o indirettamente sulla loro pelle, cosa sia la pandemia che attanaglia oggi l'Europa. Sul piano economico attendono misure, come quelle già prese sul piano sanitario, che siano tempestive, efficaci e comprensibili.
La così detta « cassa integrazione europea » (SURE), la sospensione delle misure a garanzia della stabilità dell'euro o di quelle sul controllo degli aiuti di Stato, la ravveduta reazione della BCE ora pronta ad investire sul mercato centinaia di miliardi di euro, l'eventuale ricapitalizzazione della BEI ed altre ancora, sono misure certamente utili e importanti. Esse, tuttavia, non sono sufficienti per prendere il toro arrembante della recessione europea per le corna.

Dov'è l'Unione europea in questa terribile arena ? Si deve davvero sempre aspettare las cinco de la tarde ?
Occorre, e tutti ne convengono, una nuova liquidità finanziaria: Del denaro che sia solo di fonte europea e che venga poi adeguatamente canalizzato verso gli Stati membri (tutti, e non solo quelli della zona euro), affinché cittadini e imprese europee ne possano beneficiare, subito e direttamente.
Non si tratta quindi di « mutualizzare » il debito comune di Stati « coronavirus-spendaccioni », bensì di « condividere » nuovi impegni finanziari europei necessari per lottare contro la recessione.
Si tratterebbe in sostanza di emettere, attraverso la piattaforma tecnica della BEI, dei titoli dell'Unione europea (European Union Bonds) che, diversamente dai vecchi eurobonds concepiti per la stabilità dell'euro, siano emessi a sostegno dell'economia dell'Unione nel suo insieme.
Le basi giuridiche per creare dette garanzie sono già presenti nel Trattato di Lisbona e gli esperti della Commissione lo sanno bene.

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Quello che occorre adesso è la volontà politica di avvalersene.
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) non è un organismo comunitario dell'Unione. Esso è uno strumento internazionale nelle mani degli Stati della zona euro, voluto per assicurare la stabilità di detta divisa, a vantaggio esclusivo di questi Stati membri.
Nelle attuali circostanze, è inutile cercare allora formule di compromesso, per « alleggerire » qui o lì la rigorosa condizionalità cui devono essere in ogni caso sottoposti i prestiti del MES.
La natura intergovernativa di questo strumento, comunque la si voglia plasmare, non può servire ad una causa che è, e deve essere invece, solo di natura comunitaria. L'Olanda, o chi per essa, ha in tal senso perfettamente ragione. Il MES è il MES: take it or leave it !
Ora, lasciare più di 400 miliardi di euro nelle casse di un meccanismo che non serve più, visto che le condizioni previste dal Patto di stabilità dell'euro sono state congelate fino a nuovo ordine, significa continuare ad arroccarsi intorno ad un torrione che più non regge.

Il MES, certamente utile nella crisi di molti anni fa che fu di pura origine finanziaria, deve diventare oggi il « Nuovo Meccanismo di Stabilità dell'Unione Europea ». È arrivato insomma il tempo in cui il « brutto anatroccolo » degli Stati diventi il « cigno bianco » dell'Unione.
Ebbene, per realizzare questo mutamento, il Trattato di Lisbona prevede, anche in tal caso, le opportune basi giuridiche. Non c'è quindi bisogno di nuovi trattati né della clausola di cui all'articolo 352 del Trattato di Lisbona, strumenti che richiedono invero l'accordo unanime degli Stati e tempi procedurali troppo lunghi rispetto all'attuale emergenza.
Un nuovo fondo comune, che lasci in vita l'obsoleto MES, comunque inadeguato alle emergenze della recessione, appare anche una non-soluzione, posto che graverebbe su ulteriori contributi da parte degli Stati membri già allo stremo a cause delle risorse finanziarie messe in campo per far fronte all'emergenza sanitaria.

In concreto: i nove governi firmatari della lettera del 25 marzo 2020, tra cui la Francia, l'Italia e la Spagna (la lettera con cui si chiedeva l'istituzione di un « common debt instrument issued by an European institution ») , possono rapidamente mettere sul tavolo europeo una bozza di decisione, fondata sull'articolo 122, paragrafo 2, del Trattato di Lisbona, da incardinare inizialmente sul veicolo di una cooperazione rafforzata ( articoli 20 TUE e 326 ss. TFUE). Tale cooperazione rafforzata, aperta ben inteso a tutti gli Stati UE interessati, utilizzerebbe i fondi che i nove Stati hanno versato al MES e che questi stessi Stati possono riprendersi al fine di garantire l'emissione di UE-Bonds.
La necessaria approvazione di una siffatta cooperazione da parte del Parlamento europeo garantirebbe, peraltro, il fondamento democratico indispensabile di tale operazione.

L'articolo 122(2), voluto dagli autori del Trattato a tutela di un'equilibrata politica economica dell'Unione anche in momenti di contingenti difficoltà nazionali, dispone che « qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un'assistenza finanziaria dell'Unione allo Stato membro interessato ».
Un'assistenza finanziaria, sottolineo, « dell'Unione », e non di un organismo intergovernativo, prigioniero della regola nell'unanimità e della rigorosa condizionalità. Un'assistenza che « a determinate condizioni », può essere ovviamente concessa a tutti gli Stati membri che si trovino nelle medesime difficoltà.

È questo ciò che prevede il diritto dell'Unione ed è questa, pertanto, la direzione giusta da seguire.
*Già Giudice al Tribunale dell'Unione europea

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