RICERCA ORACLE/Workplace intelligence

Pandemia e salute mentale dei lavoratori: un aiuto dall’intelligenza artificiale

In oltre tre casi su quattro il malessere psicofisico da Covid-19 ha influito negativamente sia in chiave professionale, sia sulla vita privata

di Gianni Rusconi

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(REUTERS)

In oltre tre casi su quattro il malessere psicofisico da Covid-19 ha influito negativamente sia in chiave professionale, sia sulla vita privata


3' di lettura

Si è parlato relativamente poco dell’influenza negativa che il Coronavirus ha avuto, e probabilmente avrà, sulla salute mentale di molti lavoratori. Eppure si tratta di un fenomeno diffuso, e precisamente fra il 78% degli addetti a livello mondiale e fra il 65% dei professionisti italiani. Lo dice uno studio condotto da Oracle e Workplace Intelligence (società di consulenza e ricerca nel campo delle risorse umane) che ha coinvolto fra luglio e agosto oltre 12mila persone (di età compresa tra 22 e 74 anni) fra dipendenti, manager, manager delle Hr e top executive in 11 Paesi, Italia compresa.

Lo scenario analizzato dalla ricerca ci ricorda innanzitutto un aspetto della pandemia non irrilevante, e cioè il fatto che il 2020 sarà ricordato come uno degli anni più difficili di sempre per chi lavora. Come ha osservato Dan Schawbel, managing partner di Workplace Intelligence, «la salute mentale è il più grande problema della forza lavoro del nostro tempo e lo sarà per il prossimo decennio, ed è quindi giunto il momento per le organizzazioni di esplorare soluzioni per affrontarla».

Gli indicatori emersi dallo studio, in tal senso, parlano chiaro: in oltre tre casi su quattro (nell’85% dei casi nel mondo e nel 78% nel nostro Paese) il malessere psico fisico imputabile al Covid-19 ha influito negativamente non solo in chiave professionale, ma anche sulla vita privata.

Ansia e rischio di “burn-out” sul posto di lavoro sono disturbi familiari a molti lavoratori e la percentuale di coloro che, su scala globale, ha denunciato un impatto sul proprio status mentale arriva al 78%, per colpa soprattutto di maggiore stress (lo dice il 38% del campione esaminato), mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata (35%) e depressione da assenza di socializzazione (25%).

Le ripercussioni più comuni riportate sono state la privazione del sonno (citata nel 40% delle risposte) e a seguire la cattiva salute fisica, la minore serenità domestica, la sofferenza nei rapporti familiari e l’isolamento dagli amici. Il 35% delle persone oggetto di indagine ha dichiarato inoltre di aver lavorato (da remoto) oltre 40 ore in più ogni mese e il 25% di aver patito logorio psicofisico per il super lavoro, pagando pressioni ricorrenti come lo stress per raggiungere i risultati prefissati.

Se gli svantaggi percepiti nell’home working sono evidenti, c’è (fortunatamente) anche un rovescio positivo della medaglia, rappresentato da quel 62% dei lavoratori (il 59% degli italiani) che trova l’attività da remoto più interessante oggi rispetto a prima della pandemia, perché consente di avere più tempo da trascorrere con la famiglia (lo pensa il 51% dei lavoratori) e per riposare e portare a termine i propri compiti (circa il 30%).

C’è anche un evidente predisposizione a rivolgersi alle nuove tecnologie per ovviare ai disagi sopracitati, e non solo sotto forma di strumenti di collaborazione più efficaci per lavorare a distanza ma anche di soluzioni a sostegno del benessere mentale.

L’82% di chi oggi si trova difficoltà (il 71% in Italia) preferirebbe rivolgersi a “robot” potenziati dall’intelligenza artificiale in veste di consulente o terapeuta invece che ad altre persone, mentre il 68% degli intervistati su scala globale (il 57% in Italia) si confronterebbe più volentieri con un “chatbot” pilotato dagli algoritmi che non con il proprio manager, almeno per quanto riguarda stress e ansia sul lavoro.

Da dove deriva questa spiccata fiducia verso le “macchine”? Secondo lo studio, un terzo dei lavoratori si dice convinto che un’intelligenza artificiale possa creare una “free zone” priva di giudizio ed essere un interlocutore imparziale, in grado di fornire risposte rapide su domande specifiche relative al proprio status psicofisico.

L’appello che emerge dallo studio, in tal senso, è esplicito: i lavoratori vorrebbero (il 76% del campione globale e il 66% degli italiani) che le aziende offrissero più supporto per la propria salute mentale, perché in assenza di questo aiuto l’impatto sulla loro vita (personale e professionale) potrebbe essere profondo. Se un’azienda su due ha già avviato iniziative a vario titolo durante la pandemia, poche invece hanno investito su tecnologie per migliorare il benessere psicofisico quali servizi self-service per l’accesso alle risorse sanitarie o chatbot per avere velocemente risposte in merito alla salute.

C’è un passo in avanti da fare, dunque, e lo conferma anche Fabio Spoletini, Country Manager di Oracle Italia, secondo cui uno dei risultati più inaspettati della ricerca, quello di preferire l’intelligenza artificiale al manager per confrontarsi sul proprio equilibrio psicofisico, «ci dice che è necessario togliere lo stigma da questo tema delicato e metterlo al centro delle azioni rivolte alla propria forza lavoro. I dati confermano che l’intelligenza artificiale è considerata un interlocutore possibile: è stata già sperimentata positivamente come strumento per gestire molti temi inerenti le risorse umane e si tratta ora di utilizzarla, sotto forma di app e servizi digitali, per il benessere delle persone».

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