Interventi

Pandemia, misure sanitarie e democrazia: vecchio e nuovo in Italia e in Europa

di Giovanni Ciappelli

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(Vandeville Eric/ABACA via Reuter)


4' di lettura

Quello che sta accadendo in questi giorni, con la dichiarazione di pandemia da parte dell'OMS e le reazioni dei vari stati a un fenomeno che ognuno di noi credeva di non dover conoscere nel corso della propria esistenza, induce ciascuno alla riflessione, sulla propria vita individuale, sui rapporti con gli altri, sulle prospettive di salute e di lavoro durante e dopo il periodo di contagio. Ma fa riflettere anche sull'intera situazione a partire dalle proprie conoscenze. Come storico dell'età moderna, mi sono chiesto quanto di vecchio e di nuovo ci sia negli avvenimenti delle ultime settimane. Certamente è possibile rilevare qualcosa di entrambe le cose. Nuovo sembra essere lo spirito con il quale il governo italiano, primo in Europa, ha deciso di contrastare il contagio con misure forti e restrittive.

È vero, ciò è avvenuto dopo un periodo di incertezza decisionale, del resto normale di fronte a una situazione mai conosciuta finora con le stesse caratteristiche. Ma nel momento in cui è stato chiaro che il numero dei contagiati stava aumentando esponenzialmente, secondo paradigmi già riconoscibili in altre situazioni come la Cina, la decisione di ridurre al minimo la comunicazione fra le persone è stata una misura seria, da stato forte. Certo, aveva davanti il modello adottato dalla Cina. Ma quel modello, compatibile con un regime in cui il potere politico è gestito in modo autoritario e non democratico, era del tutto inedito in una moderna democrazia, e letteralmente non si sapeva quali reazioni avrebbe potuto determinare. Alcune di queste sono state, all'inizio, scomposte (i rientri di massa al sud subito dopo l'avviso della chiusura nazionale), e poco responsabili. Ma alla fine anche gli italiani sembrano avere nel complesso capito, e adesso le misure prese hanno stabilito una linea di tendenza che comincia a essere seguita, anche se con ritardo, da altri stati europei.

Anche in questo senso, dunque, come in altre occasioni in passato, l'Italia è diventata un caso che può essere gestito fino a diventare un laboratorio di nuove iniziative. Tutto ciò in parte era già successo, a partire da cinque o sei secoli fa. Nell'Europa sconvolta dalle epidemie, soprattutto di peste, devastanti a metà Trecento e poi ricorrenti per tutto il Quattrocento (come avvenne ancora, nei secoli successivi), le amministrazioni dei piccoli stati italiani furono fra le prime a capire, allora pur nella sostanziale inesistenza o inefficacia dei rimedi, e senza ancora conoscere bene i meccanismi precisi del contagio (microbi e virus non erano, per così dire, ancora stati “inventati”, cioè riconosciuti nelle loro caratteristiche) che le crisi epidemiche potevano essere affrontate con rigorose misure di contenimento.

È nel Rinascimento che nacque il concetto stesso di quarantena, basato sulla constatazione già antica che i sintomi di qualsiasi malattia si sviluppano entro quaranta giorni dal suo inizio. Per la riduzione del contagio di peste nacquero i lazzaretti, proprio a Venezia, dal nome dell'isola in cui i malati erano separati dal resto della popolazione. E nacquero i Magistrati per la sanità, con il compito di assumere le decisioni necessarie per il contenimento della malattia. Anche gli ospedali nel senso moderno del termine sono nati allora in Italia, a partire da originarie strutture di accoglienza dei viandanti e dei pellegrini, che poi si estesero alla somministrazione di cure a chi non poteva permettersi i servizi privati di un medico.

Quindi il nostro paese conosceva già un primato nella gestione di questi fenomeni (ciò che è vecchio, ma di grande valore nell'aver stabilito una tradizione – poi comprovata nella sua efficacia anche dalla più tarda sperimentazione – a cui fare riferimento). Questo misto di vecchio e nuovo - una tradizione secolare di efficaci misure di contrasto, unita a una rinnovata capacità di far valere un ruolo prescrittivo dello stato nel comune interesse di tutti, con l'accettazione di sacrifici individuali e collettivi volti a un futuro ritrovato benessere della comunità, e quindi nel rispetto dei principi democratici – rappresenta a sua volta una positiva novità, che potrebbe permettere all'Italia di ricoprire un ruolo importante nel futuro dell'Europa.

Questo avverrà se si riuscirà a perfezionare le caratteristiche di laboratorio politico-istituzionale (uno stato deciso, ma democratico) maturate in questa esperienza, e se si farà tesoro anche dei moniti lanciati dall'emergenza, con una revisione del peso destinato alla sanità pubblica (troppo spesso in passato falcidiata dai tagli motivati con le esigenze di risparmio), vera ricchezza della comunità in tempi di emergenza. La stessa cartina di tornasole è, credo, destinata a bocciare gli approcci neo-evoluzionisti dell'attuale governo britannico, che recuperando Malthus e la teoria dei flagelli necessari sembra voler imporre la sopravvivenza degli individui fisicamente più forti, scontando la morte dell'1 o 2 per cento del 60 per cento della popolazione, il numero di contagiati necessario per ottenere l'immunità di gregge: alla fine da 400 a 800 mila persone, un numero paragonabile a quello di tutti i soldati italiani morti nella prima guerra mondiale. Una cifra inaccettabile, anche per chi dovesse condividere l'obiettivo neothatcheriano di un sistema pensionistico risanato dalla morte dei suoi fruitori più vecchi. Anche qui vecchio e nuovo sembrano incontrarsi, questa volta in un'accezione decisamente negativa.

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