ADDII

Pansa, da cronista di razza a spettatore disincantato

Il grande giornalista scomparso domenica a Roma è stato uno dei protagonisti dell’epoca d’oro dell’editoria italiana

di Raffaele Liucci


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(Pasquale Modica / AGF)

3' di lettura

Con Giampaolo Pansa – nato il 1° ottobre 1935 a Casale Monferrato e morto domenica a Roma – scompare uno degli ultimi grandi vecchi della nostra carta stampata. Ripercorrere la sua vita significa aprire uno squarcio sul giornalismo italiano del secondo dopoguerra: un mondo ormai estinto, fatto di orari notturni massacranti, tipografie ruggenti e direttori monarchi assoluti, come Giulio De Benedetti alla «Stampa di Torino». Il neolaureato Pansa vi approda nel dicembre del 60, grazie ai buoni uffici di Alessandro Galante Garrone, suo professore di storia all’università. Pansa resterà sempre un nomade della carta stampata. Nel successivo quarantennio lavorerà infatti per tutte le principali testate italiane («Il Giorno», «Corriere della Sera», «Il Messaggero», «la Repubblica», «Panorama» e «L’Espresso»).

Il primo Pansa ha incarnato come pochi l’archetipo del giornalista sinistreggiante, però mai trinariciuto (diceva allora di collocarsi fra Pci e Psi). Non è un caso che i suoi brillanti e acuti servizi sulla «grande trasformazione», prima e dopo il 68, siano oggi saccheggiati dagli storici. Un privilegio, questo, condiviso con l’arcinemico Giorgio Bocca, da lui chiamato «l’uomo di Cuneo». I due inviati speciali sono stati protagonisti di una delle più grandi rivalità del nostro giornalismo.

Gli anni di piombo rappresentarono per Pansa la sfida professionale più dura. Dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), fu uno dei primi «inchiestisti» a smascherare le bugie delle autorità su quella strage «nera». Un’opera di controinformazione, condivisa con Corrado Stajano, Camilla Cederna, Aldo Palumbo e Marco Nozza, poi sfociata nel volume collettaneo Le bombe di Milano (1970). Il giornalista piemontese si sfilerà però dalle campagne più virulente, prima fra tutte quella contro il commissario Luigi Calabresi. Nel 1980, per non aver mai praticato sconti al «partito armato», rischierà addirittura di essere ucciso al posto dell’amico Walter Tobagi.

Approdato al «Corriere della Sera» nell’estate 1973, sarà una delle punte di diamante del nuovo corso impresso dal direttore Piero Ottone. Tra i suoi scoop, una indagine che svelerà agli italiani la dimensione dello scandalo Lockheed, bruciando la concorrenza; e una lunga intervista a Enrico Berlinguer alla vigilia delle elezioni del 1976, nella quale il segretario del Pci cercò di tranquillizzare l’elettorato moderato, confessando di sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato.

In quegli anni trascorsi in via Solferino, Pansa contemplò da vicino il declino della famiglia Crespi, costretta nel 1974 a cedere il quotidiano all’editore Rizzoli, dietro il quale s’intravedeva l’ombra di Eugenio Cefis, presidente della Montedison. Ne trarrà spunto per un memorabile libro uscito nel 1977, Comprati e venduti, ancora oggi una guida indispensabile per comprendere come mai negli anni Settanta molti giornali, abbandonati dagli editori puri, furono degradati a merce da vendere e da comprare: ghiotti bocconi per gli appetiti dei grandi potentati industriali. A pagarne le spese, la libertà di stampa.

Nel 1990 Pansa tornerà su questi temi con L’intrigo, un pungente libro sulla “guerra di Segrate” per la conquista della Mondadori, da lui vissuta dalla parte di Carlo De Benedetti, proprietario di «Repubblica», quotidiano di cui all’epoca era vicedirettore. Se Pansa diventò «Pansa», fu in buona misura grazie a Scalfari. Gli anni passati a «Repubblica» e poi all’«Espresso» (come condirettore) furono i migliori della sua vita professionale, pur già ricca di allori. Nel 1989 un suo libro, Il malloppo, preconizzò con tre anni di anticipo lo scoppio di Tangentopoli.

Ignaro degli esteri, Pansa fu soprattutto un «cantastorie» del suo Paese. Quando nella Prima Repubblica seguiva – munito addirittura di un binocolo – un’uggiosa assise di partito, era in grado di trasfigurarla in una debordante tela di Arcimboldo. La Dc era la «Balena Bianca», il Pci «l’elefante rosso». I suoi «Bestiari», poi, erano l’equivalente, in salsa piccante, degli «incontri» montanelliani.

Infine, con il nuovo millennio, cominciò a sfornare i suoi vendutissimi e un po’ ridondanti tomi sulle vendette partigiane all’indomani del 25 aprile 1945. Era dai tempi di Indro Montanelli – il Montanelli anticomunista musclé del secondo dopoguerra – che un giornalista non suscitava un tale vespaio di passioni discordanti. Le reazioni della sinistra – talvolta un po’ scomposte – segnarono il suo disamoramento per i compagni di strada, un lento processo culminato nell’autunno 2008 con l’addio al gruppo Espresso.

Forte delle 20mila lettere di gratitudine ricevute dai reduci di Salò e dai loro congiunti, Pansa diventerà un’icona della destra e una firma prima di «Libero» e poi della «Verità». Ma in realtà il Pansa postremo – riaccolto al «Corriere» lo scorso settembre – ha sempre avuto poco a che fare con quel milieu. Più semplicemente, deluso dalla «casta rossa» di governo, aveva indossato i panni dell’«apota» alla Prezzolini, spettatore ormai disincantato. Negli ultimi anni ogni suo nuovo libro era un rintocco funebre per l’Italia: un Paese sprofondato in un declino irreversibile, preda di «fanatismi opposti, uguali pur essendo contrari».

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