il giallo sulla fine del «pirata»

Pantani, ex generale della Gdf depone all’Antimafia: «Non era solo quando morì»

di Dario Ceccarelli


Marco Pantani durante una tappa del Tour de France 1998. ANSA

2' di lettura

È una storia infinita. Un altro dei tanti misteri d’Italia, la morte di Marco Pantani, avvenuta il 14 febbraio 2004 al Residence Le Rose di Rimini. Nonostante per la giustizia il caso sia chiuso (overdose), nonostante la riapertura di una nuova inchiesta poi archiviata dal Gip di Rimini e la sentenza confermata dalla Cassazione nel 2014, ogni volta spunta fuori una nuova rivelazione che apre scenari inediti e ancora più inquietanti.

«Qualcuno era con Pantani al momento della sua morte», ha detto Umberto Rapetto, già generale della Guardia di finanza davanti alla Commissione antimafia, spiegando che alcuni particolari, tra cui le macchie di sangue, e l’innaturale posizione del braccio del corridore, non collimano con la versione ufficiale.

Difficile capire. Ognuno, in questa vicenda, vuole aggiungere una sua verità. Nuove dichiarazioni, nuovi testimoni che raccontano d’aver visto uscire Marco dall’albergo; che dicono che non è vero che sia rimasto chiuso per tre giorni in quella stanza. Anche la malavita è stata tirata in ballo per una questione di scommesse. Poi c'è la famiglia, giustamente addolorata, che spinge per riaprire il caso. Dice mamma Tonina: «Conoscevo molto bene mio figlio e le sue abitudini. Da subito ho detto “me l'hanno ammazzato”, e ne sono ancora più convinta. La mia battaglia continua per la verità. Spero si riaprano le indagini».

Anche le Jene, in una puntata, accesero i riflettori sugli angoli bui di quella stanza. Senza però modificare il parere dei giudici, sempre convinti dell’assoluto isolamento di Pantani.

C'è, non si può negare, una certa tendenza al complottismo, al mistero da rivelare, quasi che la triste fine di un campione così famoso, senza clamorosi colpi di scena, non sia accettabile. Difficile accettare infatti che un grande personaggio dello sport, un mito che ha fatto sognare milioni di italiani, abbia potuto cadere in un simile abisso di solitudine e degrado, senza che nessuno lo aiutasse, nessuno che lo portasse via da quell’albergo frequentato da coppiette nel giorno di San Valentino. Eppure è successo a molti campioni, soprattutto a quelli che prima della cocaina erano caduti nell’abuso del doping, nella ricerca di traguardi sempre più impossibili.

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