Lo scrittore racconta il viaggio in Himalaya

Paolo Cognetti: «Da noi l’uomo ha trasformato la montagna in un luna park»

di Francesca Milano


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3' di lettura

«Ma cosa ci faccio qui? Perché me ne sto a tremare a 5mila metri, nient’altro che gelo e buio intorno, lo stomaco che si contorce? Perché invece non sono a casa mia con la donna che amo, la cena in tavola, un po’ di musica, un letto caldo? Che cos’è questo maledetto richiamo della montagna?». L’ultimo libro di Paolo Cognetti (“Senza mai arrivare in cima”) ruota tutto attorno a questa domanda. «c’è stato un momento, durante il viaggio in Himalaya - racconta lo scrittore - in cui mi è sembrato di sfiorare la risposta. Uno stato di grazia, una chiarezza di sentimento e di pensiero, un’illuminazione. È stato un attimo, difficile da catturare».

Paolo Cognetti non cerca la cima, non vuole puntare nessuna bandiera in vetta, non ha obiettivi da raggiungere. Vive la montagna rispetto, e anche per questo gli ultimi eventi meteorologici che si sono abbattuti sull’Italia lo hanno colpito: «Il bosco accanto a casa mia, in Val d’Aosta, sta cedendo - racconta - . È qualcosa di spaventoso, non siamo abituati a questi fenomeni. La montagna è preparata alle nevicate, alle alluvioni e persino alle frane. Ma un bosco che cade per via del vento è segno di un cambiamento climatico che non possiamo ignorare».

Alle conseguenze del cambiamento climatico si aggiungono poi i danni del turismo di massa: «Quello che non riesco ad accettare - spiega Cognetti - è che l’uomo trasforma la montagna in un luna park. Dove gli altri vedono una bella pista da sci io vedo le ruspe che d’estate lavorano per la manutenzione. Ogni pista è un versante di una montagna che è stato plasmato dagli uomini per la realizzazione di un parco giochi».

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D’estate, nella lunga parte dell’anno che Cognetti trascorre in montagna, le piste da sci diventano dei cantieri, con le ruspe che girano, i cannoni che fanno capolino ai bordi e un po’ di prato dove pascolano le mucche. «D’estate - racconta lo scrittore - ci si accorge delle ferite provocate».

Al contrario di quanto avviene in Italia, in Nepal Cognetti ha trovato una maggiore rispetto per la montagna: «Quella - racconta - è una montagna più dura, più estrema e forse per questo gli abitanti ne hanno più paura e rispetto. Loro sanno accettare che la natura è più forte, che la montagna non è a uso e consumo degli uomini». Se, da una parte, gli abitanti di quelle regioni rispettano di più la montagna, dall’altra hanno una forte voglia di progresso. «Dove non sono ancora arrivate le strade - racconta lo scrittore - sono arrivati i telefonini attraverso i quali scoprono l’occidente e desiderano quello che abbiamo noi. Io però sono convinto che quelle cose non gli porteranno la felicità».

Il viaggio in Nepal per vedere «il Tibet che non esiste più» e per «celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza» risale alla fine del 2017.

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Con una carovana di «47 tra animali e uomini» (che poi diventeranno 48 quando, per ragioni magiche, una cagnolina ribattezzata Kanjiroba si unirà al gruppo) Cognetti ha viaggiato per un mese senza mai arrivare in cima, cercando la risposta alla domanda che da tempo gli girava in testa: «Cos’è questo maledetto richiamo della montagna?»

Per lui la montagna è uno dei due elementi di equilibrio: «Il mio è un andirivieni fisso - racconta -. Ci vado, ma so che poi dovrò scendere perché ho bisogno anche dall’altra vita, quella in città. Io ci ho provato, a restare in montagna, ma mi fa soffrire perché non ho mai fatto la pace con la solitudine. Mi mancano le persone, quelle a cui voglio bene».

È un equilibrio difficile per sua stessa ammissione. «Non ne hai abbastanza di montagne?», gli chiede a un certo punto del libro il suo compagno di viaggio Nicola. «Adesso sì. Ma lo so come mi succede, appena scendiamo mi tornerà la voglia di salire».

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