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Paolo Cognetti e le ragioni di lupi e uomini

Lo scrittore racconta un paesino immaginario delle Alpi: esseri umani, animali e natura sono un tutt’uno e percorrono le stesse vie verso la felicità

di Maria Luisa Colledani

(EPA)

2' di lettura

Quassù le parole si fanno rare, come le relazioni umane. E il dissolversi dei suoni come lo spazio fra creature, che sembra allontanarle, dà senso al vivere. Lo sa Fausto, 40enne in crisi, che lascia la città per andare nell’immaginaria Fontana Fredda, fra le Alpi, dove, bambino, era stato con il padre. Anche Silvia è lassù, cameriera al ristorante da Babette, altra donna in fuga. Paiono tutti alla ricerca di sé i volti de La felicità del lupo, il nuovo libro di Paolo Cognetti che nel 2017, con il suo primo romanzo, Le otto montagne, aveva vinto lo Strega.

Fra lupi e vento, ricordando Rigoni Stern e Blixen

Anche questa volta lo scrittore ci porta sulle Alpi nord-occidentali in un mondo di piccole cose, che emergono potenti grazie a una scrittura essenziale e polita: Fausto fa il cuoco da Babette, Silvia è più di una presenza. Incrocia sciatori e uomini della valle, come Santorso, che fa il gattista e conosce il cuore della montagna, fatto di «lupi e vento». L’animo umano cerca l’idillio, la pace dalla fretta cittadina ma le cime sanno prendere a sberle gli uomini e le donne. Bisogna aver coraggio a stare in montagna, il buio scende presto, la neve copre tutto e non bastano le lotte fra galli forcelli, che annunciano l’inizio della primavera, a scacciare l’idea che la montagna non è solo luce, come troppo spesso siamo portati a pensare. La montagna è faticosa, lo sottolinea Cognetti che usa le parole come bisturi, pochi aggettivi e tanta sostanza, disseminando le pagine di omaggi a Mario Rigoni Stern e Karen Blixen.

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Natura madre e matrigna

Fausto cammina lungo il fronte del ghiacciaio, ha imparato che il vento abbatte i larici, mentre gli abeti tengono; Silvia, che lavora al rifugio Sella sul Monte Rosa, cerca nelle fatiche mattutine la musica per respirare. La vita in quota cambia le persone: ognuno trova il proprio tesoro, un lavoro, un amore, un perché, un sorriso, le 36 vedute del Monte Fuji firmate da Hokusai. Ognuno si radica lassù, si fa albero perché «Un albero vive dov’era caduto il suo seme, e per essere felice doveva arrangiarsi lì». Come il lupo, che con l’arretrare dell’uomo, ha ripreso possesso delle valli montane: «Santorso gli aveva raccontato che non si capiva esattamente perché si spostasse, l’origine della sua irrequietezza. Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale, e a un certo punto lasciava lì tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte. Sempre per nuovi boschi, sempre oltre il prossimo crinale, dietro all’odore di una femmina o all’ululato di un branco o a nulla di così evidente, portandosi via il canto di un mondo più giovane, come scriveva Jack London». E così i lupi trovano la loro ragion d’essere, come gli uomini, pendoli inesausti della vita, «pianeti perennemente levigati dal vento».

La felicità del lupo, Paolo Cognetti, Einaudi, pagg. 152, € 18

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