SANTA SEDE E UNIONI GAY

Papa Francesco e la “frontiera” su diritti e famiglia

In un’intervista contenuta in un docufilm Bergoglio ribadisce (mai così chiaramente) l’approvazione delle convivenze civili. Resta il no a matrimonio e stepchild adoption

di Carlo Marroni

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In un’intervista contenuta in un docufilm Bergoglio ribadisce (mai così chiaramente) l’approvazione delle convivenze civili. Resta il no a matrimonio e stepchild adoption


4' di lettura

Le parole pronunciate da Francesco (in spagnolo) in un docufilm del regista russo-americano Evgeny Afineevsky - molte apprezzato in Vaticano - hanno innescato un terremoto. «Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle convivenze civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo». Frasi nette – raccolte dal regista non proprio di recente, e forse un po' estrapolate qua e là – che mettono una parola definitiva su questo tema, che tocca il tasto sensibile della famiglia e dei diritti, uno dei capitoli di frontiera più controversi degli storici “valori non negoziabili”, sempre presenti ma con un'agenda del tutto diversa.

Papa Francesco e il film in cui apre alle unioni civili gay

La posizione di Francesco parte da lontano, quando era in Argentina

Da anni si muove su questo terreno scivoloso, ma con una direzione inequivocabile. Nel film trasmesso in anteprima alla Festa del Cinema c 'è uno spezzone della telefonata del Papa a una coppia di omosessuali, con tre figli piccoli a carico, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Una posizione che arriva dopo un lungo percorso della chiesa verso l'inclusione delle coppie gay, propiziato dal magistero dello stesso Francesco in questi anni di pontificato, e via via condiviso nel tempo da molti cardinali e arcivescovi ma anche avversate più o meno apertamente da altre componenti, specie in Usa (e ancora un po' in Italia). Ma certamente una dichiarazione così netta non c'era mai stata. Una strada che parte da lontano- nel 2002 l'allora cardinale Bergoglio non contrastò una legge argentina che dava un quadro giuridico alle coppie assieme da più di due anni, anche gay - e che ha superato uno sbarramento creato dal lungo periodo di Giovanni Paolo II e in Italia dalla Cei del cardinale Camillo Ruini, che aveva trovato terreno fertile nella destra, sia sul fronte famiglia che in quello della procreazione e del fine vita.

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L'opposizione della Chiesa (alleata di Berlusconi) ai Dico nel 2007

Nel 2007 fu la Cei ad organizzare il Family Day con Berlusconi in piazza San Giovanni contro i Dico, che naufragarono insieme al governo Prodi, cui la chiesa saldata con l'opposizione fece una guerra senza quartiere (salvo il brusco risveglio con il caso Boffo). Si arriva a Francesco, che prima lascia tutti a bocca aperta con il suo «chi sono io per giudicare un gay?» (2013), tanto che qualche tempo dopo ci fu chi si spinse a prefigurare che Bergoglio avesse abolito il peccato. Ma in ogni caso da quel momento i segnali che lasciava dietro di sè non erano ambigui, come emergeva nell'intervista al Corriere della Sera del 2014 sulla necessità degli stati di regolare la convivenza. Non senza qualche apprensione: sempre nel 2014 le sue parole sullo stato d'animo dei minori di una coppia gay, riprese da una conversazione a porte chiuse, furono rilanciate con grande evidenza, tanto che intervenne la Santa Sede con una nota ufficiale in cui si definivano «forzature e strumentalizzazioni» le interpretazioni date sui media italiani, specie laddove si faceva riferimento ad una apertura papale alle unioni civili. Era questo il punto: Francesco voleva stare lontano dallo scontro politico e da ogni sospetto di interferenza (una linea opposta a quella seguita fino a pochi anni prima), ma il suo pensiero era limpido.

Il cambio di passo verso il secondo Family Day del 2016

Del resto nel 2016, a poche settimane dall'approvazione della legge sulle unioni, disse chiaramente nel corso del volo di rientro dal Messico rispondendo ad una domanda (del Sole 24 Ore) che lui non si immischiava nelle beghe politiche italiane. Col messaggio che anche le gerarchie dovevano adeguarsi al nuovo corso. Si era da poco tenuto il secondo cosiddetto Family Day al Circo Massimo, e infatti i vescovi (salvo quello di Campobasso, che era nell'arena) erano rimasti perlopiù alla larga. Anzi, il cardinale Gualtiero Bassetti, poi presidente Cei, si era espresso a favore del riconoscimento delle unioni civili «omosessuali compresi», ma non sulle adozioni, per quelle disse «ci vogliono un uomo e una donna».

Il “nodo” della stepchild adoption e dell'utero in affitto.

È stato quello il punto di caduta, su cui anche il Papa ieri indirettamente è stato chiaro: l'unione va bene, ma non il matrimonio. E quindi no alla stepchild adoption (adozione della prole del partner) considerata dalla Chiesa, e non solo, come la chiave d'ingresso per la maternità surrogata, altrimenti nota come utero in affitto. La posizione prevalente, che poi è rimasta più o meno inalterata, era quella - come sintetizzò bene «Avvenire» alla vigilia della legge - di «dare ordine e forma giuridica ai diritti delle persone che compongono coppie dello stesso sesso, ma senza alcuna sovrapposizione con l'istituto del matrimonio, né alterando con problematiche costruzioni giuridiche la relazione tra genitori e figli: ci sono punti fermi, antropologici e sociali molto prima che legali, sui quali ogni manipolazione può rivelarsi artefatta e avventurosa». E il Papa è su quelle posizioni.

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