l’intervista

Papa: «Non temo uno scisma nella Chiesa». E in Europa la «xenofobia è la malattia che cavalca i populismi»

«Uno scisma è sempre una situazione elitaria, un’ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano gli scismi. Ma non ho paura». Sul razzismo: «sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel ’34. Si vede che c’è un ritornello in Europa, ma anche in Africa»

di Carlo Marroni


Papa in Mozambico, riconciliarsi malgrado ferite passato

6' di lettura

«Prego che non ce ne siano, ma non ho paura di uno scisma nella Chiesa. È una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana». Sul volo di rientro dal Madagascar il Papa nel colloquio con i giornalisti va al cuore di uno dei temi “mediatici” dominanti attorno al suo pontificato, gli attacchi che alcuni settori, «anche all’interno della curia» rivolgono al suo pontificato: «sono pillole d’arsenico» che «ti pugnalano da dietro». Ma Francesco parla anche del rischio del populismo, evoca Hitler (non è la prima volta) e rimette al centro i temi ambientali.

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Ci sono alcuni che criticano il suo pontificato e delle personalità a lei più vicine hanno parlato dell’esistenza di un complotto.
«Le critiche sempre aiutano, quando uno riceve una critica subito deve fare autocritica, e dire questo è vero, questo non è vero. Delle critiche io vedo sempre i vantaggi. Delle volte ti arrabbi, ma i vantaggi ci sono. Nel viaggio di andata verso Maputo uno di voi mi ha dato il libro «Così l’America vuole cambiare Papa» – del giornalista de La Croix, Nicolas Seneze, ndr –. Le critiche non sono soltanto da parte degli americani, ma sono un po’ dappertutto, anche in curia. Alcuni hanno l’onestà di dirle, e a me piace questo. A me non piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, fanno un sorriso che ti fanno vedere i denti e poi ti danno una pugnalata da dietro. Questo non è leale, non è umano. La critica vera è un elemento di costruzione. Invece la critica delle pillole di arsenico è un po' come buttare la pietra e nascondere la mano. Questo non serve, questo non aiuta. Aiuta semmai i piccoli gruppetti chiusi che non vogliono sentire la risposta alla critica. Quando si dice: “Questa cosa del Papa non mi piace”… significa che io faccio una critica e aspetto la risposta, vado da lui e parlo e scrivo un articolo e gli chiedo di rispondere. Questo è leale, questo è amare la Chiesa. Fare una critica, invece, senza voler sentire la risposta e senza fare il dialogo è non volere bene alla Chiesa, è andare dietro a un'idea fissa, cambiare Papa, cambiare stile, o fare uno scisma».

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Teme uno scisma nella Chiesa americana?
«Nella Chiesa ci sono stati tanti scismi. Dopo il Concilio Vaticano I, sull’ultima votazione, quella dell’infallibilità, è successo che un bel gruppo se ne è andato, si è staccato dalla Chiesa, ha fondato i vetero-cattolici per essere fedele alla tradizione della stessa Chiesa. Poi hanno trovato uno sviluppo differente e adesso fanno l’ordinazione delle donne. Ma allora erano rigidi, andavano dietro a un'ortodossia pensando che il Concilio avesse sbagliato. Anche il Concilio Vaticano II ha creato queste cose, forse lo stacco più conosciuto è quello di Marcel Lefebvre. Ma sempre c’è l’azione scismatica nella Chiesa. È una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c’è di mezzo la salute spirituale di tanta gente. Prego che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano. Pensiamo all’inizio della Chiesa, come ha incominciato la Chiesa con tanti scismi, uno dietro l’altro, basta leggere la storia. È stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici sempre hanno una cosa in comune, si staccano dal popolo, dalla fede del popolo, dalla fede del popolo di Dio.(... ) Uno scisma è sempre una situazione elitaria, un’ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano gli scismi. Ma non ho paura. Comunque io parlo delle cose sociali e le cose che dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II, le stesse, io copio lui. “Ma il Papa è troppo comunista”, dicono, e così entrano delle ideologie nella dottrina, e quando la dottrina scivola sulla ideologia lì c'è la possibilità di uno scisma. L’ideologia è la primazia di una morale asettica sulla morale del popolo di Dio. Invece la morale dell’ideologia ti porta alla rigidità e oggi abbiamo tante, tante scuole di rigidità dentro alla Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male. Quando vedete cristiani, vescovi, sacerdoti, rigidi, dietro di loro ci sono dei problemi, non c’è la sanità del Vangelo. Per questo dobbiamo essere miti, miti con le persone che sono tentate da questi attacchi, perché stanno passando un problema, e dobbiamo accompagnarle con mitezza».

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Il suo pensiero sul grave problema della xenofobia in Africa?

«Non è un problema solo dell’Africa, è una malattia umana, come il morbillo. È una malattia, ti viene, entra in un Paese, entra in un continente. Per cui si dice: mettiamo muri, no? Ma i muri lasciano soli coloro che li fabbricano. Si lasciano fuori tante persone, ma coloro che rimangono dentro i muri rimangono soli, e alla fine della storia sconfitti perché le invasioni sono potenti. Le xenofobie tante volte cavalcano i cosiddetti populismi politici. Sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel ’34. Si vede che c’è un ritornello in Europa, ma anche in Africa. Anche voi in Africa avete un problema culturale che dovete risolvere. Ne ho parlato in Kenya: il tribalismo. Ci vuole un lavoro di educazione, di avvicinamento fra le diverse tribù per fare una nazione. Abbiamo commemorato il 25esimo della tragedia del Rwanda, poco tempo fa. Un effetto del tribalismo. Ricordo in Kenya, nello stadio, quando ho chiesto a tutti di alzarsi, di darsi la mano, e dire: “No al tribalismo, no al tribalismo”. Dobbiamo dire no. Anche il tribalismo è una xenofobia, una xenofobia domestica, ma è pure una xenofobia».

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Uno dei temi di questo viaggio è stato la protezione dell’ambiente naturale. Ne ha parlato in tutti i suoi discorsi, anche coi giovani. Ha parlato della protezione degli alberi, degli incendi, della deforestazione. La stessa cosa sta accadendo in questo momento in Amazzonia.
«C’è un inconscio collettivo per cui l’Africa va sfruttata. È una cosa incosciente, noi non pensiamo: “L’Europa va sfruttata”. Dobbiamo liberare l’umanità da questi inconsci collettivi. Il punto più forte di questo sfruttamento, non solamente in Africa ma dappertutto nel mondo, è l’ambiente naturale. La deforestazione, la distruzione della biodiversità. Nelle intenzioni di preghiera di questo mese del Papa c’è proprio la protezione degli oceani che ci danno anche l’ossigeno. Difendere l’ecologia, la biodiversità che è la nostra vita, difendere l’ossigeno. La lotta più grande è quella per la biodiversità. La difesa dell’ambiente naturale la portano avanti i giovani che hanno una grande coscienza, perché dicono: “Il futuro è nostro…”. Pensiamo anche a tanti operai sfruttati nelle nostre società. Il caporalato non lo hanno inventato gli africani! L’abbiamo in Europa: la domestica pagata un terzo di meno di quello che si deve non l'hanno inventata gli africani. Le donne ingannate e sfruttate per fare la prostituzione nel centro delle nostre città non è cosa inventata dagli africani. Anche da noi c’è questo sfruttamento non solo ambientale, ma anche umano. E questa è per corruzione».

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Come sarà la comunicazione del futuro?
«Non so come sarà la comunicazione del futuro. Ma penso come era la comunicazione quando ero ragazzo, ancora senza tv, con la radio, col giornale, anche col giornale clandestino che era perseguitato dal governo di turno. Si vendeva di notte, con i volontari. Era una comunicazione precaria ma era comunicazione. In ogni caso ciò che rimane come costante nella comunicazione è la capacità di trasmettere un fatto, un avvenimento, e distinguerlo dall'interpretazione. Una cosa che danneggia la comunicazione è l'interpretazione. La comunicazione è sempre una cosa “mobile”, ma è facile passare dal fatto all'interpretazione. È importante che ci sia il fatto al centro. Vale anche per noi, nella curia: c’è un fatto, lo si racconta, ma viene abbellito, impreziosito, ognuno ci mette del suo. Non lo si fa con cattive intenzioni, ma è la prassi. Mentre l'essenza del comunicatore è sempre quella di riferire il fatto e distinguere il fatto dall'interpretazione. La comunicazione non può essere usata come strumento di guerra, perché distrugge».

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