reportage dagli usa

Paradisi fiscali e granchi blu: l’America nascosta delle Autostrade

di Simone Filippetti

8' di lettura

Dalle campagne del North Carolina, tra allevamenti di maiali, gare automobilistiche e piantagioni di tabacco verso, si torna verso Nord, lungo la costa . La parola «coast», inevitabilmente, evoca immagini di sole, mare surfisti abbronzati coi capelli lunghi, grandi onde, palme, spiagge affollate, ragazze in bikini mozzafiato, culturisti e pulmini da figli dei fiori anni ’60. Tutto l’immaginario di Baywatch; la quintessenza della California, che è la Coast per antonomasia. Ma quella è la West Coast, questa qui, invece, è la East Caost. Molto meno sexy e imaginifica. Qui al massimo la costa, è roba per serie tv, come l’osannata Jersey Shore o la meno celebre Chesapeake Shore, sulla provincia profonda, un po’ sfigata e pure tamarra.

Tornati da Charlotte a Washington, il viaggio prosegue in auto fino alla Grande Mela.

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Si imbocca la I-95 (dove I sta per Interstate): 225 miglia lungo l’autostrada madre della East Coat; 3098 chilometri di asfalto da Boston, nel freddo e tecnologico Massachussets, fino a Miami, nell’assolata e festaiola Florida.

È un assaggio dell’America On the Road, quella resa immortale da Jack Kerouac (il padre della Beat Generation).
Oggi sulle highway americane non ci sono più sbandati e tossicodipendenti che scroccano passaggi sul vano posteriore dei camion.

Ma sulla 8 corsie sfrecciano frenetici SUV, station wagon, jeep e sedan (in Italia le chiamiamo berline): tutti veicoli grandi e grossi.

On The Road: il timelapse del viaggio tra Baltimora e la Pennsylvania

Auto piccole non se ne vedono. Impossibile spostarsi con una 500, una Smart o una Mini negli Stati Uniti.
In America, dicono le statistiche, in media una persona fa 100 chilometri al giorno per andare al lavoro: il paese dei grandi spazi.

Il paesaggio del Maryland è un susseguirsi di colline, pascoli e boschi: a tratti il mare fa capolino. Ma non sono i colori del Mediterraneo: la costa è tutta fiordi, baie frastagliate, tipico dei litorali oceanini; il colore è un girgio spento, o marroncino.

Però anche la non memorabile marina del Maryland. disseminata di ville in stile coloniale vittoriano immerse nel verde, ha qualcosa per cui farsi apprezzare: la baia di Chesapeake, altro nome di origine pellerossa, è diventata nei millenni l’habitat ideale per il granchio blu.

Il Callinectes Sapidus, specie nativa di tutta la costa orientale dell’Oceano Pacifico, è un’istituzione culinaria prelibata nel Maryland: si mangia in baracchini di legno dall’aria derelitta, dove la gente del posto sta ore a discettare su come romperne il guscio o come cucinarli.

La ricetta che va per la maggiore è quella di farli al vapore conditi con la salsa Old Bay (un condimento pesantissimo,per il palato di noi italiani, a base di senape, pepe nero,paprika, cardamomo, noce moscata e altre spezie).

Dopo più di due ore di viaggio, sosta inclusa sulla sinistra si intravedono le gru del porto di Baltimora, che sorge anche nel luogo col panorama più interessante dell’area di Chesapeake: la città occupa una piccola baia dentro la baia, e il nucleo centrale, che un tempo era un fiorente porto marittimo, ricorda, con le strade acciottolate e gli ex magazzini delle merci in mattoncini rossi, architettura civile inglese del 1600, il suo storico passato navale.

A parte essere citata in una famosa canzone di Bruce Springsteen (non a caso, il rocker è il poeta dell’america di provincia e della working class), «Hungry Hearts», Baltimora è oggi una ordinaria metropoli americana, con un aspetto contradittorio: un’anima decadente, come qualsiasi porto marittimo in disuso, e un’atmosfera da città operaia, incarnata nelle gru e nelle vecchie ciminiere che si stagliano all’orizzonte. Ma negli ultimi anni, una rinascita architettonica e culturale (come l’interessante museo dedicato ad Edgar Allan Poe, uno dei padri della Letteratura americana e maestro indiscusso dell’horror, almeno prima di Stephen King) hanno trasformato la città in un accenno di «movida»: il centro, dove convivono i vecchi palazzi e ipermoderniste strutture in vetro e acciaio, è tornato a una nuova vita. Non tutti applaudono lamentano la «Disneyficazione» dell’Inner Harbour, la parte vecchia e storica della città, oggi un tripudio di catene di ristoranti: il posto più famoso per assaggiare i granchi blu rimane il Phillips Seafood (storico locale nato 30 anni fa e oggi ospistato dentro una vecchia fabbrica, accanto ai segni della commercializzazione: un Hard Rock Cafè e la libreria Barnes&Noble.

Gru e ciminiere disegnano lo skyline di Baltimora, antico porto marittimo

Un tunnel sotterraneo che attraversa la baia e fa inabissare la I-95 sotto il livello del mare, conduce verso Nord-Est, alla volta di New York, attraverso la Pennsylvania. A metà viaggio, ci vuole una sosta. Il navigatore di Google segnala il Delaware Welcome Center. E lo segnala per un motivo: è la più grande area di servizio dell’autostrada. Ma, ironia della sorte, si trova dentro lo Stato più piccolo d’America. Il Delaware è una briciola: appena 1980 miglia quadrate; una piccola striscia della penisola della Baia di Chesapeake. Non c’è nulla: non è originale nemmeno il nome. Deriva dal fiume omonimo (che poi si getta appunto nella baia), reso immortale e celebre dal suggestivo e immenso (è lungo 6 metri) dipinto del pittore tedesco (ma cittadino americano) Emanuel Leutze.

«George Washington attraversa il Delaware» raffigura il futuro presidente ritto in piedi su un barca tra i ghiacci del fiume, in un turbinio di citazioni (dalla famosissimo dipinto la «Libertà sulle barricate» di Eugene Delacroix a Giulio Cesare che attraversa il Rubicone e cambia la storia di Roma). Dei 52 stati il Delaware é forse il più impersonale e sconosciuto. Ma ha una cosa che tutto il mondo invidia: non esistono le tasse. La sales tax (l’equivalente dell’Iva, che da noi è a uno stratosferico 22%) nel lillipuziano stato ammonta a 0: per un italiano è il Paradiso Terrestre. Sarà per questo che il Delaware è diventato un paradiso, sì ma fiscale. Proliferano le società-fantasma: anche Calisto Tanzi, il fondatore della Parmalat, dall’Emilia si era rifugiato in Delaware, dove il gruppo aveva messo in piedi la BucoNero Llc (mai nome fu più profetico,visto poi il devastante crack), holding dove i soldi sparivano.

A noi italiani, abituati agli Autogrill a ponte dell’Autostrada del Sole, e ai tortellini del Fini Grill all’altezza di Modena, il Delaware Welcome Center fa un po’ sorridere. Uno si aspetta chissà cosa dalla più grande area di servizio, e invece si trova di fronte una banale stazione di servizio. La verità è che gli americani sono indietro anni luce nella ristorazione autostradale. O forse è che l’Italia nel «lifestyle» è sempre avanti a tutti, pure in autostrada. Anche questa è DolceVita. Nel Belpaese gli automobilisti sono abituati bene e coccolati, se in una piazzola, come a Secchia Ovest, sempre a Modena, il camionista può addirittura pranzare da Eataly, la boutique dei cibi artigianali, dentro un Autogrill. In America se lo sognano.

Qui, un parcheggio ordinario si apre su un edificio, non grandissimo, che assomiglia a un banale centro commerciale come tanti. Dentro, una grande sala con una vetrata a piramide a soffitto. Lo spazio è distribuito come una food-court, ossia tavoli comuni al centro e tanti fast-food tutti intorno dove servirsi. Sono tutte catene, ovviamente. Tranne il Burger King, gli altri sono tutti nomi sconosciuti in Italia; dalla francese Brioche Doreè, che serve appunto i croissant; agli hamburgher di Popeye’s; fino all’american pizza di Famous Famiglia, classico italian sounding.

Inutile cercare gourmet: la gente che si ferma qui è la più diversa ed eterogena, in un paese multi-etnico e multi-tutto: dalle scolaresche in gita ai rappresentanti; dalla coppia di anziani in vacanza al camionista portoricano.

Il Delaware Welcome Center, la più grande area tra Washington e New York sulla costa orientale

Fatta la dovuta tara, però, e grattando la superficie un po’ pacchiana, il Delaware Welcome Center riserva più di una sorpresa: appena parcheggiata l’auto, l’occhio cade su una colonnina particolare, che sembra una pompa di benzina.

È la stazione di ricarica per le Tesla, la futuristica supercar elettrica inventata dall’estroso e vulcanico miliardario americano-sudafricano Elon Musk (che è anche proprietario di SpaceX, azienda che spedisce razzi nello spazio). E anche dentro al Welcome Center c’è tanta innovazione tecnologica «green»: tutto l’edificio è riscaldato con un sistema geotermico a zero emissioni e zero consumi; tutte le luci sono “intelligenti”: si accendono solo se c’è gente e si regolano a seconda della luce; i bagni sono paper-free (solo asciugamani ad aria) e gli scarichi sono water-free (con un risparmio di 1 gallone d’acqua a persona). Per pranzo, anche chi odia la cucina industriale dei fast-food può essere accontentato: il messicano Baja Fresh serve esclusivamente piatti freschi: nessun ingrediente è surgelato. «Vede, non abbiamo il freezer» indica allargando il braccio a mo’ di ventaglio il gestore del locale.

La persona più interessante si chiama Jackie: è la classica «sciura» americana. Minuta, vispa e iperattiva: lavora come volontaria in una sorta di ufficio turistico /informazioni dentro l’area di servizio. Il Delaware Welcome Center è un snodo perché da qui si prendono gli svincoli per Atlantic City, in New Jersey (la Las Vegas, triste e depressa, della East Coast, meta di pelleghrani per i malati del gioco d’azzardo); e anche per Cape May, che invece è il posto di mare per le famiglie e l’alta borghesia. Sta dietro al bancone da 6 anni: «Non ci crederà, ma la maggior parte della gente mi chiede indicazioni stradali: è pieno di turisti dal Canada che non sanno più come tornare indietro a casa» esordisce. Racconta di quando trovò il passaporto di un indiano e lo spedì al proprietario a Bombay; e che il souvenir che vende di più sono le cartoline. Solo per Jackie, che manco a dirlo ha simpatie repubblicane, il Delaware Welcome Center è valsa la sosta.

Si riparte in direzione Nord: dopo pochi chilometri, il Delaware è già un ricordo; si entra nella PennSylvania lo Stato con più storia di tutti gli Stati Uniti (assieme al New England): Philadelphia (nome greco, philos adelphos, amore fraterno), per l’americano medio e molti europei è famosa per essere la città di Rocky Balboa(e il personaggio di Sylvester Stallone è celebrato anche da una statua sotto la famosa scalinata (che in al sclr dell’Univeristà, metà di fanatici dei selfie. Ma Philadelphia è il luogo del mito fondativo dell’America. Qui sono nati gli Stati Uniti, con la dichiarazione d’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna. Una grossa teca di vetro trasparente conserva la Independence Bell, la campana che fu fatta rintoccare mentre i Padri Fondatori proclamavano il nuovo Stato. La meritoria campana, tutta in bronzo, non era però stata costruita alla perfezione tanto che dopo 100 anni si aprì una crepa, rendendola inutilizzabile. Fu messa via e conservata. Un po’ come la Lupa con Romolo e Remo per la città di Roma.

Per decenni la seconda città più grande dell’impero britannico, dopo Londra, e capitale degli Stati Uniti durante la Guerra di Indipendenza (e prima della costruzione di Washington), oggi Philly è quasi un sobborgo di New York, che dista solo 100 chilometri. Nella old city, la zona con la più alta concentrazione di passato di tutta l’America, e a South Street si respira un’aria da nordeuropea: casette in mattoni basse, viette acciotolate. Qui è anche dove si concentra anche la movida della città (ma ovviamente nulla a che vedere con le grandi metropoli): da provare la cheesesteak, bistecca di formaggio. Che non è una bistecca ma un panino all’italiana (tipo sfilatino) tagliato a metà e farcito con cubetti di carne e formaggio fuso. Come tutte le prelibatezze gastronomiche ha lo zampino tricolore dietro: fu inventato dall’italo-americano Pat Olivieri negli anni ’20 e assurto a simbolo della cucina di strada. Ormai si intravede lo skyline di Manhattan, ma l’auto non ci arriverà. La fermata è prima, a Newark, che tecnicamente è nel New Jersey ma serve come secondo aeroporto internazionale di New York. GoodBye Trump America.

(Fine della quarta puntata). Articolo 4 di 4.

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