COLLEZIONISMO

Paraventi antichi: preziosi come quadri, capaci di arredare una stanza da soli

In Giappone venivano usati come tele per dipingere. In Cina erano doni diplomatici o strumenti rituali. Oggi sono beni d'investimento: lo rivelano le cifre raggiunte in asta.

di Silvia Anna Barrilà e Marilena Pirrelli

4' di lettura

Era il 1582 quando una delegazione di giovani giapponesi, guidati da un gesuita, arrivò per la prima volta in Europa, destando grande stupore. Visitarono il Portogallo, la Spagna e l'Italia, dove incontrarono Papa Gregorio XIII. In dono gli portarono un paravento dipinto, un oggetto che in Occidente non si era mai visto prima. In Giappone era usato, sin dal Medioevo, allo stesso modo in cui i pittori occidentali usano la tela. Ma l'origine e l'uso del paravento sono ancora anteriori e derivano dalla Cina, dove sono noti sin dal periodo delle Sei Dinastie (III-VI secolo). Mentre i paraventi cinesi si presentano in legno pieno, laccati e dipinti, quelli giapponesi hanno solo il telaio in legno, sul quale è applicata una carta molto resistente che funge da supporto per la pittura. L'uso dei paraventi era diffuso nei palazzi imperiali cinesi, così come nei templi buddhisti e shintoisti per rendere più intensa l'atmosfera dei rituali, infatti uno dei più antichi esemplari giapponesi proviene dal Tempio Toji di Kyoto, costruito nell'anno 796. Celebravano le tappe fondamentali dell'esistenza, la morte oppure la nascita di un importante membro dell'aristocrazia. Fungevano anche da doni diplomatici, sebbene fossero meno diffusi dei ventagli tradizionali o delle porcellane cinesi a causa della loro delicatezza.

Paravento “Rhinocéros” (circa1971) dalla serie“Ultramobile”, Kazuhide Takahama & François-Xavier Lalanne, serigrafia su MDF laccato, gomma, venduto all'asta il 30luglio scorso, da Sotheby's, a 43.750 $.

«La loro diffusione in Giappone è legata alla struttura dell'abitazione tradizionale», spiega Alessio Nobili, esperto del settore e fondatore della galleria Paraventi Giapponesi, a Milano. «La casa, infatti, si presenta come un grande ambiente unico, privo di mobili, in cui i paraventi servono a modulare lo spazio: quelli più bassi a due ante venivano utilizzati per la cerimonia del tè, quelli più ampi per consumare i pasti, quelli più alti per creare dei vani. Lo scopo era schermare la vista e riparare dalle correnti d'aria». Lo dice il nome, para-vento, non solo in italiano, ma anche in giapponese: il termine Byōbu, che li definisce, significa proprio protezione dal vento. «I motivi dipinti sui paraventi erano legati al trascorrere delle stagioni, un tema a cui la cultura giapponese è molto legata», continua Nobili, «per cui durante l'anno i paraventi venivano sostituiti e messi da parte in contenitori appositi. Nelle case occidentali, piene di mobili, i paraventi asiatici oggi trovano spazio sui muri, appesi come dei quadri, anche perché la nostra cultura è molto più legata alla pittura su parete».

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Coppia di paraventi a due ante, periodo Meiji, Makie-Shi Yasui Hochu No In (1857-1922), venduto all'asta, il 6 novembre 2018, da Sotheby's, a 730.000 £.

Il collezionismo in Occidente ebbe inizio nel XIX secolo, quando i paraventi asiatici entrarono nei musei e nelle grandi collezioni, influenzando gli artisti dell'epoca. Per esempio, il pittore americano James Abbott McNeill Whistler, anche collezionista di arte orientale, nel 1864 scelse un grande paravento dorato come sfondo al suo dipinto Caprice in Purple and Gold: The Golden Screen; oppure Édouard Manet che, nel 1868, ritrasse lo scrittore, e suo fervido sostenitore, Émile Zola seduto alla scrivania davanti a un elegante paravento con elementi naturali su fondo oro. Nel dipinto Chopin (1873) del tedesco Albert von Keller compare, invece, un paravento di Coromandel: una varietà in legno rivestito di lacca scura, prodotto in Cina per l'esportazione in Europa. Fu chiamato così, infatti, dal porto in India dove approdavano dall'Oriente per poi essere venduti in Occidente. Una grande collezionista di questo tipo di paraventi fu Coco Chanel, che pare ne possedesse ben 32. Alcuni sono tuttora conservati nel mitico appartamento di Rue Cambon al numero 31. La stilista francese li aveva scoperti all'età di 18 anni e li usava nelle sue stanze private per ricoprire le pareti e, come gli orientali, per suddividere l'ambiente.

Paravento a sei ante con peonie e uccellini, inchiostro e pigmenti minerali e vegetali su carta rivestita con foglia d'oro, Kano Chikanobu “Shushin”, periodo Edo (1615-1867), ParaventiGiapponesi (prezzo su richiesta)

Soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale si è diffuso il collezionismo di paraventi asiatici in Occidente, in particolare in California, grazie alla vicinanza al Giappone. Ciò che in Giappone non è stato raso al suolo durante la guerra è stato venduto agli americani, ed è proprio negli Stati Uniti che ancora oggi il mercato è maggiormente sviluppato. «Non esiste un collezionismo specializzato», commenta Alessio Nobili. «È un mercato trasversale perché si tratta di oggetti molto appariscenti e di grande impatto, capaci da soli di arredare una stanza, caratterizzati da soggetti molto piacevoli. In realtà, ogni elemento naturale ha un significato nella filosofia orientale, ma per noi prevale l'elemento decorativo nella sua raffinatezza e nella preziosità della foglia d'oro».

Paravento in seta “Hundred Birds”, inserito su supporto in legno, datato XIX secolo, venduto all'asta, il 6 novembre 2018, da Christie's, a 27.500 £.

Negli anni Settanta, un pezzo iconico è diventato il paravento con rinoceronte stilizzato, nato dalla collaborazione tra l'architetto giapponese Kazuhide Takahama e l'artista francese François-Xavier Lalanne: il primo ha progettato la forma e il materiale, il secondo ha aggiunto la sua maestria nella rappresentazione del mondo animale. Faceva parte della serie Ultramobile, promossa dall'imprenditore e designer Dino Gavina. Lo scorso luglio da Sotheby's un esemplare è stato venduto a 43.750 dollari, ma un mese prima, a Parigi, sempre da Sotheby's, è arrivato a 93.750 euro. I luoghi di riferimento per l'acquisto sono le principali case d'asta come Christie's e Sotheby's , ma anche gallerie specializzate come Gregg Baker , a Londra, o Erik Thomsen , a New York.

Paravento a sei ante “1,2,3” (1938), Ryoji Koie, inchiostro sumi su seta con supporto in foglia d'oro, venduto all'asta lo scorso luglio, da Christie's, a 12.500 £.

In Italia il mercato è molto limitato. Oltre ad Alessio Nobili con la sua galleria, ci sono le aste: da Cambi un paravento cinese del XIX secolo in legno, con placche in porcellana, nel 2013 è passato da una stima di 3.500-4mila euro all'eccezionale risultato di 130mila euro. In genere i prezzi vanno da 5mila a 50mila euro, ma nel mercato italiano è più frequente che si rimanga entro i 10mila euro. I pezzi più importanti vengono venduti all'estero. Da Christie's, i Coromandel partono da qualche migliaio di euro per arrivare a centinaia di migliaia. I valori più elevati sono riservati ai paraventi antichi oppure a quelli moderni realizzati dai grandi artisti che hanno creato uno stile e fatto scuola, come Ogata Kōrin, il più noto rappresentante della Scuola Rinpa, o Sesshū Tōyō, grande innovatore dello stile Sumi-e. Altri autori significativi sono Hasegawa Tōhaku, Maruyama Ōkyo, Nagasawa Rosetsu, Soga Shōhaku, Kishi Ganku e Yosa Buson. Spesso, però, è difficile individuare la firma, poiché, in genere, si trovava sui pannelli più esterni e il paravento nel tempo può essere stato smembrato. Quando si acquista, è bene fare caso allo stato di conservazione, ma anche alle corrette misure per conservarlo: il paravento, infatti, non nasceva per essere esposto tutto l'anno e necessita di un'umidità costante. Attenzione, quindi, al riscaldamento domestico e all'aria secca: rischiano di danneggiare la carta e provocare lacerazioni.

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