letture: Persone care di vera Giaconi

Parenti davvero serpenti? Storia della famiglia e dei suoi segreti

di Serena Uccello


3' di lettura

Una sorella amorevole, un figlio che non manca di visitare tutte le settimane l’anziana madre, due sorelle che si trovano per organizzare il funerale della terza sorella, un nonno “innamorato” delle sua nipotina, due genitori in ansia per la salute del figlio vittima di un incidente. Sono questi alcuni protagonisti che Vera Giaconi, scrittrice di Montevideo, appena tradotta in Italia da Giulia Zavagna per Sur, prende dalla vita reale con perfetta aderenza a ciò che la circonda anzi a ciò che ci circonda per comporre il suo Persone care (Sur, 15 euro, pp.159).

Una sorella amorevole, nel racconto di apertura Survivor, fino a quando però si tratta di consolare ed accudire. «Quando a mia sorella capitavano cose belle, io ero contenta. Ero contentissima, anzi. Ma quando quelle buone notizie per qualche motivo si interrompevano o le si ritorcevano contro, ero comunque contenta. E me ne vergognavo. Sapevo che si trattava di pura invidia, e della peggior specie, ma era anche il risultato di un'idea che non avrei mai confessato a nessuno: credevo che non esistesse un solo motivo al mondo perché le cose andassero meglio a lei che a me. Anche in quei momenti mi rendevo conto che ero ancora risentita perché lei se n'era andata quando qui tutto cadeva a pezzi. Io ero rimasta, pensavo a volte, e sopportare è molto più lodevole di andarsene in un posto dove tutto è più facile. Non c'era nessuno al mondo a cui volessi più bene che a mia sorella e non c'era altra persona che risvegliasse in me sentimenti infimi come il rancore e l'invidia. Non capivo perché mi succedeva, né me lo perdonavo, e facevo grossi sforzi per reprimerlo».

Così un capoverso ribalta quanto precedentemente costruito, spiazza il lettore, e apre con inconsueta naturalezza l’abisso dei legami di sangue. La prosa di Vera Giaconi, apparentemente piana, nel momento del sovvertimento acuisce la potenza del pugno in piena faccia. Non c’è ferocia nella lingua, nè nei fatti, la ferocia è tutta nella natura degli individui. In Dumas, ad esempio, il protagonista è un uomo che solo quando diventa “nonno”, o meglio solo nel momento in cui sente qualcuno chiamarlo “nonno” riconosce se stesso come parte di una famiglia. La sua identità di nonno, connota la sua identità di padre e di marito, persino quella di amante. Quando però il figlio decide di scappare in un altro Paese portandosi dietro moglie e figlia, lui nulla può. Il tentativo goffo, nella presunzione che il legame tra nipote e nonno possa avere la meglio su quello tra madre e figlia, di trattenere la nipote è la crepa che polverizza la porcellana. Il vaso si rompe, la sua vita si spezza. «Dumas aveva pianto una sola volta nella sua vita, quando aveva otto anni. Ricordava ogni dettaglio di quel momento e non l'aveva mai raccontato a nessuno. E sarebbe morto, tre anni dopo che gli portarono via la sua nipotina, senza parlare con nessuno nemmeno di certe cose che solo quella notte aveva iniziato a capire, cose a cui avrebbe pensato accendendo ognuna delle sigarette che gli restavano da fumare, da solo e al buio». E qui lo stile della Giaconi si mostra: un unico, un solo capoverso per chiarire un destino.

Adrián all’inizio del racconto Stimatore è il figlio adulto di una madre che comincia a diventare anziana senza nessuna caratteristica particolare, nessuna “luce”. Figlio scontato di una madre opaca. Poi durante una delle consuete visite la madre si addormenta e comincia a russare: è un gesto insignificante. L’osservazione dura un secondo. Una microscopica fessura . Il futuro irrompe. «Adrián guarda di nuovo la madre e pensa alle conseguenze di quel che ha visto: se avesse problemi di incontinenza e avesse dovuto ricorrere a dei pannolini, quanto tempo sarebbe passato, per quanto tempo sarebbe stata ancora autosufficiente? Adrián non vuole tornare a vivere con lei. Di questo non se ne parla nemmeno. Non è possibile neanche lontanamente. No. Ma gli ospizi costano una fortuna. Anche quelli con i servizi più basilari hanno rette altissime».

Dieci tessere che dentro il perimetro della quotidiana narrano la natura umana come una natura misera che un’unica fonte, la famiglia, è sia fonte di salvezza che di morte. Nessuna dimensione è assoluta, non c’è innocenza assoluta come non c’è violenza definitiva.

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