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Parità di genere, l’emergenza che blocca l’Italia

Sabbadini: «Serve un piano straordinario per l'occupazione femminile». Al Festival dell'Economia, la denuncia sugli investimenti mancati

di Silvia Pagliuca

3' di lettura

I numeri, si sa, fotografano la realtà meglio di qualsiasi altra lente. Così, basterebbe dire che dal 1977 a oggi, ovvero in 45 anni, il tasso di occupazione femminile è salito di appena 17 punti percentuali (dal 33% al 50%) per far capire che no, la parità di genere non è stata raggiunta. E, dati alla mano, non ci siamo neanche vicini.

«È una vera e propria emergenza. Avremmo bisogno di un piano straordinario per l'occupazione femminile. Ma non c'è niente di tutto questo» - afferma Linda Laura Sabbadini, Chair Women20 e direttrice del Dipartimento per lo sviluppo di metodi e tecnologie per la produzione e diffusione dell'informazione statistica dell'Istat, intervenendo al Festival dell'Economia di Trento.

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Il panel «La parità di genere sta diventando realtà: ostacoli e obiettivi raggiunti» è stata l'occasione per fare il punto su quello che per l'Italia è, a tutti gli effetti, un nervo scoperto. Un dibattito a cui ha contribuito anche la professoressa Paola Villa, dell'Università degli Studi di Trento.

«La Spagna, la Grecia, finanche Malta fanno meglio di noi, per poi non parlare di Francia, Inghilterra e Germania. Evidentemente, la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è una priorità per l'Italia – evidenzia Sabbadini –. Vedo azioni di sistema sulle infrastrutture, sulla transizione ecologica e sul digitale, ma alla questione di genere sono riservati interventi blandi e parziali».

La signora dei numeri, tra le più autorevoli esperte di statistiche sociali a livello mondiale, nonché pioniera degli studi e delle tematiche di genere, sottolinea infatti quanto anche lo stesso PNRR rischi di essere un'occasione persa. «Le misure previste devono essere accompagnate da investimenti mirati che al momento non vedo. Il gender procurement (ovvero il riconoscimento di una premialità negli appalti per le imprese che sostengono politiche di genere, ndr), va nella giusta direzione, ma dobbiamo fare di più. Penso alle politiche di welfare, agli investimenti per i nidi pubblici e per la cura degli anziani». Anche qui, i numeri parlano da soli: attualmente, solo il 12% dei bambini frequenta i nidi pubblici.

L'obiettivo è portare questa percentuale al 33% entro i prossimi cinque anni. Ma era un goal che l'Europa si era data per il 2010. E il ritardo è, ancora una volta, evidente. «Abbiamo bisogno di stravolgere il modo in cui sono disegnate le politiche sociali. Ricordo che il Pnrr deriva dal Next Generation Eu e nel primo documento stilato dalla Commissione europea la parità di genere era addirittura inesistente. Ora, ci sono delle migliorie e il gender procurement è tra queste, ma temo che il risultato possa essere irrisorio perché il numero potenziale di donne che potrebbero essere occupate attraverso gli appalti nei settori centrali del Pnrr, ovvero green e digital, sono poche» - fa notare la professoressa Villa. Già, perché, la disparità non accade per caso ed è figlia di mancati investimenti, cultura inadeguata e formazione sbilanciata. Basti guardare alle Stem, ovvero alle materie tecnico scientifiche.

Secondo una ricerca della London School of Economics con Microsoft, solo il 12% delle studentesse italiane sceglie un percorso scolastico legato a queste materie, solo il 6% lavora nell'Ict, il 13% in settori correlati all'ingegneria. «Manca completamente l'orientamento su questi temi, mentre si continuano a propagare stereotipi. Non solo: anche quando le donne ci sono, a parità di voto di laurea e di ore di lavoro, vengono pagate meno con conseguenze gravi non solo per il presente, ma anche per il futuro» - continua Villa. E gli stereotipi, inevitabilmente, si rafforzano quando le giovani donne si affacciano alla maternità che è ancora, troppo spesso, sinonimo di abbandono del lavoro (1 donna su 5) e di part – time involontario.

«Tutto ciò dovrebbe portare a una grande rivoluzione del mondo del lavoro. Una rivoluzione fatta di consapevolezza e concretezza. Perché le leggi – conclude Sabbadini – da sole non generano cambiamento. Per avere un impatto reale, servono investimenti strutturali e cultura diffusa».

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