la lunga strada per l’emancipazione

Parità di genere lontana nell’India che boccia il divorzio lampo

di Gianluca Di Donfrancesco

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Un gruppo di donne indiane di credo islamico dimostrano contro la soppressione del divorzio lampo e l’adozione di un codice civile comune a tutte le religioni indiane


3' di lettura

C’è stata Indira Gandhi, primo ministro tra il 1966 e il 1977 e poi ancora tra il 1980 fino a quando fu assassinata nel 1984. E poi c’è stata Pratibha Devisingh Patil, 12° presidente, dal 2007 al 2012. E c’è Sonia Gandhi, leader del Partito del Congresso, e Mamata Banerjee, governatrice del West Bengal dal 2011. E poi donne ministri, donne manager e figure di spicco nella società civile e nella cultura. Ma poi ci sono le statistiche dell’Undp, l’agenzia Onu per lo sviluppo umano. E la fotografia cambia radicalmente.

L’India è al 131° posto su 179 Paesi monitorati per indice di ineguaglianza di genere (nel 2015 era al 125°). Pur non avendo mai adottato politiche di controllo delle nascite, ha un rapporto tra femmine e maschi decisamente sbilanciato nei confronti dei secondi (945 femmine ogni mille maschi, ma in alcuni Stati indiani si scende verso quota 900), che non si discosta troppo da quello della Cina, dove la politica del figlio unico ha innescato il fenomeno degli aborti “selettivi”. Sempre secondo l’Undp (dati 2016), solo il 35,3% delle donne raggiunge un’istruzione secondaria, contro il 61,4% dei maschi. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro è del 26,8% tra le femmine e del 79,1% tra i maschi. Il reddito nazionale lordo pro-capite è in media di 2.184 per le femmine e 8.897 per i maschi. Solo il 12,2% dei seggi parlamentari è occupato da femmine. E poi ci sono le violenze sessuali sulle donne, come quelli che alcuni anni fa accesero l’indiganzione dell’intero Paese e diedero forza ai movimenti per l’emancipazione.

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È in questo contesto che va letta l’abolizione della pratica del divorzio lampo musulmano, che pure non esiste né nella Sharia, né nel Corano. Lunedì, la Suprema corte indiana ha dichiarato incostituzionale l’antica pratica seguita nella comunità islamica del Subcontinente. Uno degli ultimi a rispettarla, abbandonata com’è in oltre 20 dei maggiori Paesi musulmani. Compreso il Pakistan. Il verdetto non è stato unanime: tre giudici si sono schierati a favore e due contro (i cinque membri della Corte, tutti maschi, sono un induista, un cristiano, un musulmano, un sikh e uno zoroastriano).

Secondo questa tradizione, al marito musulmano basta pronunciare davanti alla moglie per tre volte la parola «talaq», «ti ripudio», per ottenere un “divorzio” immediato. Senza processi, senza definizione giuridica dei rapporti economici tra le parti e verso i figli, senza nessuna tutela legale per le donne. Una pratica possibile perché l’ordinamento indiano riconosce alcune aree di autogoverno su questioni private come matrimonio, eredità, adozioni, alla comunità musulmana (come alle altre religioni), circa 180 milioni di persone che ne fanno il secondo Paese musulmano al mondo dopo l’Indonesia.

Il ricorso era stato avanzato da cinque donne musulmane, sostenute da gruppi che combattono per l’emancipazione femminile. Diversi ministri del Governo Modi, e il premier stesso, si sono schierati dalla loro parte.

Se le donne sono in generale discriminate nella società indiana, lo sono ancor di più nei gruppi sociali marginalizzati, come appunto i musulmani e i dalit (gli intoccabili).

70 anni fa terminava l'impero anglo-indiano o Raj britannico

In una dichiarazione al Financial Times, Kirti Singh, una avvocatessa e attivista dei diritti delle donne, ha accolto con favore il verdetto della Suprema corte, ma ha al tempo stesso criticato il Governo del leader del Bjp, Narendra Modi. Al Bjp, partito nazionalista fortemente legato alla tradizione induista, «non interessano davvero i diritti delle donne», ha affermato Singh. «Altrimenti farebbe qualcosa per mettere fine alla pratica degli omicidi d’onore di donne hindu, o farebbe qualcosa per evitare che le donne hindu siano trattate come cittadini di serie B».

Ad alimentare le polemiche sul verdetto c’è poi il non facile rapporto tra musulmani e hindu. Negli ultimi anni sono aumentati i linciaggi di allevatori e macellai musulmani a opera di integralisti induisti, che ritengono un crimine uccidere le mucche considerate sacre nella loro religione. E di recente, il Governo ha varato un controverso bando che vieta di vendere animali da allevamento destinati alla macellazione, una disposizione che colpisce soprattutto i musulmani.

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