INTERVISTA AL VICE DELLA COMMISSIONE uE

Parla Katainen: «Sui dazi non accettiamo minacce dagli Usa»

di Sergio Nava

Katainen a Radio 24: «Sui dazi non accettiamo minacce dagli Usa»

5' di lettura

Dazi americani, fondo europeo per gli investimenti, riforma dell'Eurozona e instabilità politica in Italia: questi i temi al centro dell'intervista di Radio 24 con Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Europea e titolare del portafoglio per Lavoro, Crescita, Investimenti e Competitività.

Sui dazi Katainen rimane pragmatico, ammettendo che Washington continua a negoziare con l'Europa utilizzando lo strumento della minaccia. Ma non vede spaccature nel fronte comunitario. Katainen annuncia che il fondo Efsi cambierà volto a partire dal 2021, mentre sulla riforma dell'Eurozona sostiene la linea nordica: i rischi vanno condivisi, ma anche ridotti. Infine, sull'Italia, non si sbilancia: «Non sono preoccupato, ma la formazione del Governo è preferibile che avvenga rapidamente».

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Katainen a Radio 24: «Sui dazi non accettiamo minacce dagli Usa»

«Non sono né pessimista né ottimista riguardo alle trattative sui dazi con gli Stati Uniti, dopo il rinvio al primo giugno. È ovvio che l'Europa abbia bisogno di esenzioni permanenti sui dazi su alluminio e acciaio. Siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che le autorità americane non ci abbiano garantito esenzioni permanenti. Dobbiamo continuare i negoziati. L'unica condizione per noi accettabile è quella di un'esenzione permanente».

Alcuni leader europei hanno usato l'immagine di un negoziato con la pistola americana puntata alla testa. È ancora così?
«L'Unione Europea non può trattare sotto la minaccia degli Stati Uniti o di chiunque altro. Siamo sempre pronti a discutere con Washington, ma alla pari. La minaccia non può essere un motivo per arrendersi. Le stesse autorità americane hanno riconosciuto che l'acciaio e l'alluminio europeo non sono dannosi per l'economia americana. I consumatori statunitensi li comprano a prezzi di mercato. Abbiamo bisogno di un commercio equo, non accettiamo alcuna minaccia».

Quindi vi sentite ancora minacciati?
«Beh, se gli Stati Uniti dicono che ci possono esentare solo se ottengono qualcosa in cambio... non è un bell'inizio. La consideriamo una minaccia. Gli alleati e gli amici non negoziano così, ma su basi eque. Non ci sono ragioni pratiche o legali per imporre dazi su acciaio e alluminio».

Vede ancora un fronte unito in Europa sulla questione? Washington ha provato in tutti i modi a romperlo...
«Abbiamo una posizione comune molto forte. Tutti gli Stati membri lo hanno confermato all'inizio di questa settimana, quando la mia collega Cecilia Malmstroem ha parlato con loro. Gli Stati membri rispettano la posizione della Commissione, quando esigiamo che tutti i Paesi europei devono essere trattati equamente, rispettando le regole internazionali».

Lei vede il bisogno da parte dell'Unione Europea di ribilanciare il nostro surplus commerciale verso Washington... per esempio da parte della Germania?
«Facciamo esempi concreti. L'amministrazione statunitense ha detto che gli americani comprano più auto europee di quanto non facciano i consumatori dell'Unione con le vetture “made in USA”. Ma tutti conoscono le ragioni: noi produciamo auto migliori. Ribilanciare i flussi commerciali con decisioni politiche non è nel nostro arsenale. Non si può decidere a livello politico quanto si vende. Lo decidono i consumatori. Ci possono essere delle eccezioni, come in agricoltura. Ma generalmente il commercio deve essere libero ed equo».

Parlando dell'Efsi, il cosiddetto “piano Juncker” per gli investimenti, a quattro anni di distanza dal lancio lei si ritiene soddisfatto dei risultati?
«Sono molto soddisfatto. L'Efsi ha avuto molto successo. Ha già erogato finanziamenti per 56 miliardi di euro, che hanno generato oltre 280 miliardi di investimenti nell'Unione Europea. L'Italia è uno dei maggiori beneficiari, l'ottavo per l'esattezza. L'Efsi ha erogato finanziamenti all'Italia per 7,2 miliardi, che dovrebbero generare 40 miliardi di investimenti. In termini concreti, 210mila PMI italiane hanno già ricevuto finanziamenti dall'EFSI, o li riceveranno presto.

L'Efsi cambierà, col nuovo budget settennale dell'Unione Europea, quello dal 2021 al 2027?
«Sì, alcuni cambiamenti sono all'orizzonte. Il nostro obiettivo è quello di porre tutti gli strumenti finanziari europei sotto lo stesso tetto, creando un unico regolamento che li copra tutti. Questo aiuterà i Paesi membri e le aziende ad utilizzare tali strumenti. L'Efsi è stato il modello, ma ora vogliamo creare un fondo più ampio e più facile da utilizzare, dopo il 2020».

In generale, siete soddisfatti del livello di investimenti in Europa? Sono ancora sotto i livelli pre-crisi, dopotutto. Questo non è un problema?
«Siamo ancora su livelli più bassi, è vero, ma fortunatamente gli investimenti si sono ripresi nell'ultimo anno e mezzo. Dobbiamo prestare molta attenzione agli investimenti. Sono molto importanti per la creazione di posti di lavoro, per la giustizia sociale e anche per la competitività a lungo termine. Ci sono un paio di settori dove abbiamo bisogno di maggiori investimenti: il primo sono gli investimenti privati nell'intelligenza artificiale, qui siamo molto indietro rispetto agli Stati Uniti. E questo può diventare un problema per la nostra competitività. Il secondo settore è il clima e l'economia circolare: abbiamo bisogno che il pubblico e il privato affrontino il cambio climatico, e migliorino l'economia circolare in Europa. Se riusciamo a rendere l'economia di mercato più circolare, si possono trarre profitti».

La condivisione dei rischi non basta per garantire stabilità. Serve anche una loro riduzione

Sulla riforma dell'Eurozona, il tempo sta scadendo, secondo lei? È preoccupato?
«Il tempo sta scadendo, ma non sono preoccupato. Mi aspetto che i Paesi membri sostengano la proposta della Commissione, o che avanzino proposte di modifica, se necessario. Mi aspetto anche che non solo Francia e Germania, ma anche gli altri Paesi, disegnino una roadmap di dieci anni per sviluppare l'Eurozona. È importante questa roadmap a lungo termine, per implementare tutte le riforme necessarie. Dobbiamo ridurre, ma anche condividere i rischi. Non si può fare tutto assieme. E a volte le riforme maggiori hanno bisogno di più tempo. Abbiamo bisogno anche di fiducia, da parte degli Stati membri. E si può rafforzare la fiducia, solo se si ha una roadmap condivisa da tutti».

Un Ministro delle Finanze unico, un budget unico per l'Eurozona, un Fondo Monetario Europeo. Possono rappresentare la soluzione, per rafforzare l'Eurozona?
«Abbiamo bisogno di tutti questi elementi, ma non è abbastanza. Dobbiamo concentrarci sulla riduzione dei rischi, abbiamo una concentrazione di rischi significativi nelle banche, per esempio. Dobbiamo ridurre i rischi, perché solo la stabilità produce crescita economica. Tutto ciò che possiamo fare per stabilizzare l'Eurozona riducendo i rischi è importante tanto quanto la condivisione dei rischi. Ribadisco: la condivisione dei rischi non basta per garantire stabilità. Serve anche ridurli. Per questo abbiamo bisogno di una roadmap a lungo termine».

Sull'Italia, alla luce delle ultime previsioni economiche della Commissione Europea: secondo lei quanto tempo può resistere la Penisola a livello di tenuta economica dei conti senza una stabilità politica?
«Nessuno può stabilire con esattezza il tempo. La realtà è uguale per tutti i Paesi: più rapidamente un Paese riesce a formare un Governo, meglio è per tutti. Non posso dire di più».

Lei è preoccupato dall'instabilità italiana?
«Non mi definirei preoccupato, ma tutti speriamo che in tutti i Paesi membri ci siano Governi stabili e pronti a pianificare il futuro. Posso solo dire che auguro il meglio all'Italia e ai suoi partiti, affinché risolvano la situazione».

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