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Parla Rodolfo De Benedetti: «Cir-Cofide, fusione senza vendite. Accordo pieno con Elkann su Gedi»

di Alessandro Graziani

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5' di lettura

«Vendere asset? Non ci pensiamo proprio. Cir poteva distribuire un maxi-dividendo e non l'ha fatto per dedicare queste risorse allo sviluppo del gruppo. Cir e Cofide vanno verso la fusione senza rinunciare alle ambizioni di investire in Italia. Ragioniamo in un’ottica di medio-lungo periodo e crediamo in questo Paese che è e deve restare ancorato all'Europa. L’alleanza con Exor in Gedi? Siamo molto soddisfatti, malgrado la fase strutturalmente difficile del settore editoriale». Europa, Italia, media e industria: ecco come la pensa Rodolfo De Benedetti, presidente di Cofide e Cir, che insieme ai fratelli è diventato azionista di riferimento del gruppo dopo il lascito delle quote del fondatore e padre Carlo De Benedetti, che ormai si occupa di altro.

Avete annunciato la fusione tra Cir e Cofide. Se ne parlava da anni. Perché avete deciso di procedere proprio ora?
La struttura societaria basata sulla doppia holding risaliva agli anni '70 ed era stata spiegata da mio padre con le ambizioni imprenditoriali che all’epoca erano superiori al capitale disponibile. Quel tipo di struttura è oggi sorpassata dagli eventi e dall’evoluzione dei mercati. È vero, la fusione l’abbiamo esaminata più volte negli anni scorsi, ma prima c’erano alcune complessità da risolvere. Servivano condizioni di mercato che permettessero un rapporto di concambio equilibrato per tutti gli azionisti di Cir e Cofide. E risale a pochi anni fa la legge che in Italia ha introdotto il diritto di voto maggiorato per gli azionisti di lunga durata. Ecco perché solo ora abbiamo deciso di procedere.

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La Fratelli De Benedetti si diluirà nella nuova Cir al 29,8% del capitale ordinario e al 44,8% dei diritti di voto. Nessun timore che il gruppo possa diventare oggetto di un’Opa ostile?
No. A valle della fusione la società è tecnicamente contendibile ma ritengo che una partecipazione di circa il 45% dei diritti di voto consenta di potere garantire stabilità a lungo termine a questo gruppo. Lo short-termismo porta talvolta a una distorsione nella gestione delle aziende. L’impegno dell’azionista di controllo garantisce un allineamento pieno degli interessi con tutti gli altri azionisti. Lo vedo nel lavoro con i manager delle nostre aziende controllate: avere come interlocutore un azionista che ragiona con una logica di dieci anni o oltre, comporta scelte diverse nell’interesse delle aziende.

L’accorciamento della catena di controllo elimina il doppio sconto che il mercato applicava alle due holding. La fusione prelude alla cessione di Gedi, Sogefi o Kos?
La fusione non modificherà quella che è stata e continuerà ad essere la nostra strategia. Il nostro core business era e resta industriale e di pieno supporto ai manager che con noi possono lavorare con orizzonti di lungo termine. Non sono previste cessioni di attività. Considerazioni fiscali non sono state tra le motivazioni di quest’operazione.

Ha detto che la costruzione societaria basata sulla doppia holding nasceva dalle ambizioni di suo padre. Ora quelle ambizioni si sono ridotte?
No, affatto. Le ambizioni restano, ma nell’ambito delle compatibilità finanziarie.

Torniamo per un attimo alla fusione. Il Governo può opporsi all’operazione in base ai poteri speciali che ha nei settori strategici, tra cui le comunicazioni. Avete già avuto indicazioni di via libera da Roma?
Era solo una formalità, ma il via libera è già arrivato.

La nuova Cir nasce in una fase complessa per l’economia italiana. L’Italia resta per voi un Paese in cui vale la pena investire?
Abbiamo creduto nell’Italia dalla nascita di questo gruppo e continuiamo a crederci, nonostante fasi alterne e momenti bui. È un Paese che ci ha dato tanto, e non lo dimentichiamo. Certo, nel corso degli anni ci sono stati vari momenti in cui la governance del Paese ci ha preoccupato. Ma non facciamo trading di aziende in base agli orientamenti passeggeri della politica.

Dica la verità, quanti timori ha per la politica economica dell’attuale Governo gialloverde?
Noi siamo accesi tifosi dell’Italia. Tifosi interessati, perché buona parte delle attività del gruppo Cir-Cofide sono qui. Siamo ovviamente preoccupati quando vediamo balenare soluzioni di ripiegamento nazionalistico ai problemi globali di un mondo interconnesso. Un Paese come l’Italia, con 60 milioni di abitanti in un mondo di oltre 7 miliardi di persone, non può che ragionare in termini di competizione globale. E l’Europa, a cui siamo vincolati dai Trattati, deve essere l’unico riferimento possibile. Le soluzioni ai problemi sono complesse e non possono essere affrontate da chi ci governa in 140 caratteri di un tweet.

Il capitalismo familiare ha aumentato il suo peso in Italia negli ultimi dieci anni. Nel vostro caso però la famiglia ha scelto di affidare la gestione a manager. Come procede la dialettica?
Sono stato amministratore delegato per venti anni ma quando nel 2013 mio padre ci ha donato le quote e sono diventato azionista, ho ritenuto che fosse sano non cumulare le due funzioni di azionista e gestore. Ho avuto la fortuna di incontrare anni fa Monica Mondardini e affidarle la gestione del gruppo Espresso. In un settore molto difficile Mondardini ha portato dei risultati molto positivi. Per questo nel 2013 le ho proposto di assumere la gestione dell’intero gruppo, per fare meglio di me quello che io ho fatto prima. Conta avere in campo la migliore squadra possibile. Questo è il compito di un’azionista di controllo. Sia io, sia i miei fratelli, che il cda riponiamo in lei totale fiducia.

In Gedi siete soci assieme alla Exor di John Elkann. È passato più di un anno dall’alleanza, come procedono i rapporti tra voi due grandi azionisti?
Siamo diventati soci in un settore complicato e sfidante come l’editoria. Tre anni fa ci siamo incontrati con John Elkann, ci confrontavamo entrambi con la necessità di aumentare la dimensione delle nostre aziende in un mestiere maturo,in pochi giorni abbiamo trovato l’accordo. Exor è entrato come socio di minoranza e John Elkann si è impegnato personalmente in consiglio e di questo gli sono grato. A due anni dall’accordo, siamo soddisfatti della collaborazione e dei risultati, avendo realizzato sinergie superiori rispetto a quanto previsto.

Il gruppo è stato costruito anni fa da suo padre, Carlo De Benedetti, che ha lasciato azioni e redini del gruppo ai figli. Lo ha consultato prima di decidere la fusione tra le “sue” Cir e Cofide?
Mio padre non ha più alcun ruolo nel gruppo da 5 anni. Non è stato consultato prima, perché non è azionista né nel cda. Quando lo abbiamo avvisato, abbiamo avuto la sua totale approvazione. Ma ne ero certo, in passato ne ho parlato tante volte con lui.

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