Letteratura

Parlare di sé, veramente

di Elisabetta Rasy


5' di lettura

Chissà se dopo il Novecento, nel Ventunesimo secolo digitale, ci saranno ancora i diari. Internet e i social ingoiano le idee, nel migliore e più raro dei casi, o la verbalizzazione degli umori del giorno dopo giorno, l’immeditato che si fa parola volatile. In queste scritture instabili manca poi qualcosa di intrinseco alla forma diaristica: manca l’intimità con se stessi. L’intimità con se stessi non sembra la caratteristica principale dell’individuo dell’attuale secolo, almeno a giudicare dall’immagine mediatica che se ne ha. Tutti parlano di sé non solo con minacciosa leggerezza, ma anche con la pretesa di conoscere una verità personale che difficilmente si coglie mentre la vita quotidianamente scorre e preme, e solo qualche volta dopo, in un ripensamento da lontano. Nel diario classico, la più febbrile delle scritture private - lettere, memorie, autobiografie – in genere avviene il contrario. È lo spazio dove chi scrive anche snocciolando i fatti giornalieri li annoda a una certa dose di irrefrenabile, spesso angosciosa interrogazione sul loro senso, sulla loro importanza o al contrario sulla loro futile transitorietà. Insomma il diario classico, per dirla in maniera enfatica, era uno specchio dell’anima, con tutti i suoi flebili bagliori e le sue massicce ombre, una specie di libro sapienziale dove cercare la decifrazione dei segreti del proprio cuore. Naturalmente ci sono state diverse forme di diario: quelli che procedono come una narrazione piuttosto ordinata di eventi, quelli che sono una coerente somma di pensieri, e invece i diari pulsionali, che raccolgono frammenti di vita in un continuo confronto tra l’interno e l’esterno. In tutti i casi i diari, proprio perché nati in una condizione di intimità, in un privato corpo a corpo con se stessi, erano un prezioso strumento di conoscenza della storia delle mentalità, dei sentimenti e dunque delle epoche.

Simile a uno specchio, specchio delle brame ma anche specchio infranto, non fa eccezione quello di una ragazza nata a New York nel 1933, Susan Rosenblatt, che alle soglie dell’adolescenza, orfana da sette anni, lascia il cognome paterno per prendere quello del nuovo marito della madre: Sontag. Il diario lo comincia a tenere quando ha quattordici anni e deve abituarsi non solo al nuovo nome, ma alla nuova se stessa. A questo le serve il diario: «Superficiale intendere il diario solo come il ricettacolo dei propri pensieri privati, segreti – come se fosse un confidente sordo, muto e analfabeta. Nel diario non mi limito a esprimere me stessa più apertamente di quanto potrei fare con un’altra persona: creo me stessa. Il diario è un mezzo per darmi un senso d’identità».

La ricerca dell’identità, o meglio: la costruzione dell’identità, è il tema quasi ossessivo e aperto a ogni ambito dell’umana esperienza, da quello sessuale a quello culturale e spirituale, del primo volume dei diari della celebre intellettuale e autrice americana, ora pubblicato in italiano con l’accurata traduzione di Paolo Dilonardo con un titolo, Rinata, che è l’esatto calco di quello originale. Rinascere è infatti l’obiettivo dei frammenti di vita amorosa, delle liste di libri, degli autori da studiare, degli individui da conoscere, frequentare, evitare, dei sobbalzi e spasmi dell’anima che la giovanissima Sontag annota nei suoi taccuini. È una scrittura discontinua per forma e contenuto, lunghe riflessioni, aforismi, brevi annotazioni e promemoria. Ma tre aspetti ricorrono e risaltano: la straordinaria precocità intellettuale e voglia di conoscere di questa adolescente solitaria e dall’infanzia malinconica, la altrettanto straordinaria ricchezza e vivacità intellettuale dell’America di quegli anni e anche delle sue università dove erano arrivati, in larga misura in fuga dal nazismo, intellettuali europei di grandissimo valore e con un bagaglio culturale inedito oltre oceano, e il tormento sessuale di una donna in formazione in una società ormai pudibonda più che puritana, soprattutto se rifiuta di incanalarsi nel destino sentimentale che, quasi un servizio di leva, la morale dominante ha predisposto per lei.

A quattordici anni la ragazza Susan su alcune cose ha le idee precise, come si legge ad apertura del diario: non crede in un dio personale e nella vita dopo la morte, crede invece che «la cosa più desiderabile al mondo sia la libertà», che ciò che differenzia un individuo da un altro sia l’intelligenza, che il solo criterio per giudicare un’azione sia il suo effetto sulla felicità o l’infelicità. Infine che non si possa privare un essere umano della vita. Ma com’ è la vita, quella vera, e come deve essere?

Per capirlo Sontag riempie pagine e pagine di liste di libri da leggere, film da vedere o visti, musiche da ascoltare o ascoltate. Non c’è un gusto dominante: bisogna conoscere tutto per formare il «povero, piccolo ego personale», e soprattutto, questa la sua massima ambizione, per scrivere. Mentre frequenta intellettuali venuti da quel vecchio mondo che sul senso della vita si interroga da migliaia di anni, come Ernst Cassirer, Herbert Marcuse, Jacob Taubes, tutto vortica nella sua mente, depositandosi in mille schegge sulle pagine: Bach e Schostakovich, Kant e Spengler, Bergman e Antonioni, Moravia e Faulkner, l’adorato Kafka al confronto del quale Joyce le sembra stupido. Intanto, con una vitalità disperata e insieme aggressiva, mentre cerca di assimilare tutto quello che di meglio l’anima e la mente umana hanno prodotto, la giovane Sontag vive intensamente e ama. A diciassette anni, dopo aver frequentato l’università californiana ed essere poi passata a quella più prestigiosa di Chicago, sposa un giovane insegnante, Philip Rieff, a diciannove ha da lui un figlio, David. Poi li lascia entrambi, mentre di borsa di studio in borsa di studio passa dalle università americane a Oxford e dopo a Parigi, si innamora perdutamente e tormentosamente - tra paura , desiderio e sensi di inadeguatezza- di due donne, scoprendo la propria omosessualità ma anche una difficile bisessualità, per tornare infine a New York dove conquista la custodia del figlio e spicca il volo per la luminosa carriera culturale che l’aspetta. Non sarà davvero la romanziera che avrebbe voluto essere (poca narrativa , non eccellente) ma sarà tra i più importanti saggisti, polemisti e intellettuali sul campo della seconda metà del Novecento. Incarnando alla perfezione quel pensiero radical americano intriso di estremismo europeo, sarà spesso narcisisticamente tagliente e talvolta spensieratamente provocatoria sulle questioni del tempo, ma sempre acuta nei saggi sull’arte, sul senso dell'interpretazione, sulla fotografia, sulla malattia. E in più, da un certo momento in poi, incarnando se stessa, sui teatri di guerra, sul terreno dei diritti civili, a suo agio con cinema e teatro, amata e detestata nei pubblici dibattiti, rappresenterà una figura intellettuale versatile e potente e anarchicamente engagée in via d’estinzione dalla fine del secolo scorso.

Era giusto pubblicare i diari?, si chiede il figlio David, che ne è curatore, in una bella prefazione ai testi spesso urticanti della madre, morta ormai da quattordici anni. David Rieff, a sua volta intellettuale molto attivo e commentatore politico, è stato il suo editor nella casa editrice Farrar, Straus and Giroux, e avverte il lettore che, come drastico era il carattere di Susan, così questi suoi taccuini non sono una lettura consolatoria: sono scritti che oscillano, con tutta la sincerità e la durezza possibile, tra l’ambizione e il dolore, la potenza intellettuale e la fragilità umana e affettiva. Non sa se Susan li avrebbe pubblicati e in che modo. Però, malata, in un momento in cui si sentiva vicina alla fine, gli aveva detto una frase decisiva: «Sai dove si trovano i diari». Forse voleva salvare un ulteriore frammento della sua vasta scrittura, o forse desiderava salvare frammenti di verità della propria vita.

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Rinata

Susan Sontag

Diari e taccuini 1947 -1963. A cura di David Rieff. Traduzione di Paolo Dilonardo. Nottetempo, pagg. 358, € 22

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