l’addio a piazza affari

Parmalat, il delisting è a rischio: su Lactalis l’incognita creditori

di Simone Filippetti


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2' di lettura

La Parmalat francese non può dire addio a Piazza Affari. Il colosso del latte Lactalis ha annunciato un «delisting» del gruppo alimentare di Collecchio, di sua proprietà. Ma ci sono due ostacoli sulla strada della multinazionale d’Oltralpe. E uno è pure un ostacolo ingombrante che risponde al nome di Citi. Finché esistono creditori tradivi, Parmalat deve rimanere quotata. E il gruppo alimentare ha un ultimo creditore tardivo rimasto, la più grande banca commerciale al mondo. Il colosso americano Citi rischia di mandare a monte il blitz di Natale con cui i francesi di Lactalis, per la seconda volta, stanno tentando di prendersi tutta Parmalat.

Già a fine dicembre del 2016 Lactalis tentò un primo delisting. Ma allora l’operazione fallì perché il fondo attivista Amber, che da sempre ha dato battaglia a Lactalis contestandone la gestione, si mise di traverso. Ora Amber è uscito dalla partita vendendo il suo pacchetto, ma altri motivi più tecnici rischiano di far impantanare l’operazione. Tutto risale ai tempi del crack di Calisto Tanzi, nel 2003: Parmalat, travolta da un buco di 13 miliardi di euro, finisce in amministrazione straordinaria. Al capezzale di Collecchio viene chiamato il super-risanatore Enrico Bondi, che ha salvato la Montedison dopo il crack del gruppo Ferruzzi.

Sebbene la Parmalat del 2018 sia ormai da sette anni di proprietà dei francesi, che la conquistarono con una scalata miliardaria, l’azienda non è altro che la nuova denominazione di Assuntore, la società in amministrazione straordinaria uscita dal dissesto, che cambiò nome quando ritornò in Borsa nel 2005 (dopo due anni di limbo). E la Parmalat attuale dunque ricade ancora sotto la procedura di concordato fatta a suo tempo da Bondi: quel piano, si legge nel documento, prevedeva di «riservare il beneficio riveniente dalla continuazione delle attività (ossia dal fatto che Parmalat continuasse a esistere) ai creditori» vittime dell’insolvenza. Per farlo, spiega il commma d) dell’articolo 4.2, è prevista la «distribuzione ai creditori che ne abbiano diritto di tutte le azioni dell’Assuntore (l’attuale Parmalat)».

Ne consegue che, fino a quando dovrà risarcire dei creditori in azioni, Parmalat debba rimanere quotata. Altrimenti a un creditore verrebbero assegnate azioni di un’azienda privata, ossia titoli illiquidi. Già questo basterebbe per creare un caso giuridico: come se non bastasse, l’unico creditore rimasto vale 1 miliardo di euro e porta il nome di Citigroup. Dieci anni fa il Tribunale del New Jersey, confermato dal Tribunale di Bologna nel 2014,decise che la nuova Parmalat dovesse risarcire Citi con 347 milioni di euro, da liquidare com 347 milioni di azioni di Collecchio. Si attende, a breve, la sentenza in Cassazione. Se venisse confermato il maxi-risarcimento, sarebbe una cifra monstre che vale oltre il 10% del capitale di Parmalat da distribuire varando un aumento di capitale: Lactalis si diluirebbe all’85%. Addio al delisting. Parmalat avrebbe sufficiente flottante per rimanere a Piazza Affari.

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