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Parmalat, le due opzioni di Citi: azionista scomodo o 347 milioni cash

di Marigia Mangano


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3' di lettura

La guerra legale tra Citibank e Parmalat si sposta dalle aule del Tribunale a quelle della multinazionale del latte del francese Emmanuel Besnier, Lactalis, primo socio del gruppo di Collecchio. Parmalat, travolta dal crac del 2003, ha perso in Cassazione la causa contro la banca americana del valore di 431 milioni di dollari Usa, pari a circa 347 milioni di euro. E l’effetto, immediato, e previsto dal vecchio concordato Bondi, è che ora deve trasferire al gruppo Usa molte azioni Parmalat. Le possibilità sul tavolo di Citibank, in realtà, sono due. Titoli certo, ma anche cash. Vediamo perché.

Tutto nasce da una vecchia causa che da tempo si trascina tra Parmalat e la banca Usa. Dieci anni fa il Tribunale del New Jersey, confermato dal Tribunale di Bologna nel 2014, decise che la nuova Parmalat dovesse risarcire Citi con 345 milioni di euro, da liquidare, proprio in base al concordato, con 345 milioni di azioni di Collecchio. Alla giustizia Usa si era rivolto il Commissario straordinario di Parmalat Enrico Bondi, dopo il crac miliardario del 2003, per chiedere la condanna di Citibank a pagare due miliardi di euro di danni «per aver agevolato il dissesto del gruppo mediante operazioni finanziarie illecite», ma Citibank aveva reagito ottenendo la condanna di Collecchio per «gli stessi illeciti».

Inoltre il piano di concordato firmato dall'allora commissario straordinario Enrico Bondi stabiliva infatti che finché esisteva qualcuno che vantava o reclamava un risarcimento per il vecchio crack da 13 miliardi dell'epoca di Tanzi Parmalat doveva rimanere quotata. E quel qualcuno era proprio la banca americana. Parmalat nel frattempo è stata delistata, ma l’obbligo, sigillato nei documenti ormai di vecchia data, resta in piedi: Citibank ha diritto a titoli della società italiana. E anche tanti: Citi deve essere liquidata con titoli del gruppo di Collecchio pari a circa il 15% del capitale di Parmalat da distribuire varando un aumento di capitale; Lactalis scenderebbe all’85%.

La banca in realtà ha due strade di fronte a sé. La prima, come detto, è diventare azionista di minoranza di Parmalat. Il pacchetto del 15%, seppur inferiore a soglie chiave che possano bloccare delibere straordinarie dell’assemblea, è sufficiente per “disturbare” la gestione tutta francese di Parmalat. Insomma, Citibank potrebbe diventare un azionista scomodo, seppur di minoranza. L’alternativa è tra le righe del prospetto informativo del delisting recente di Parmalat. Nel documento, infatti, è evidenziato che Sofil, la società che detiene la totalità del capitale del gruppo di Collecchio, ha a suo tempo fornito delle garanzie alla luce delle cause pendenti con i creditori tardivi.

Garanzie che, a questo punto, potrebbero essere fatte valere dalla stessa Citi. In che modo? Il documento recita: «Poiché all’esito della Procedura ovvero, se applicabile, della Procedura Congiunta, si determinerà la revoca dalla quotazione dal MTA, al fine di assicurare la pronta liquidabilità delle Azioni Parmalat assegnate dopo la fine del Periodo di Presentazione delle Richieste di Vendita ovvero dopo il termine della Procedura Congiunta, Sofil concede esclusivamente a ciascuno dei Creditori un’opzione irrevocabile di vendita, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1331 e 1336 cod. civ. (l'“Opzione Irrevocabile di Vendita” o l'“Opzione”), esercitabile nei termini e condizioni indicati nel successivo Paragrafo G.2, in virtù della quale ciascuno dei predetti soggetti ha il diritto di vendere a Sofil, che ha l’obbligo di acquistare, le Azioni dell'Emittente di cui sopra, ad un prezzo unitario pari al Corrispettivo e, quindi, ad Euro 2,85, il tutto come meglio descritto e precisato al Paragrafo G.2.2 del Documento Informativo».

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