ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLactalis

Parmalat, epilogo brutale per il polo del latte italiano

di Paolo Bricco


default onloading pic

3' di lettura

Nella terra del melodramma, Parmalat è stata un dramma. Un dramma in più atti. La decisione di cancellare l'ultima divisione di gruppo di carattere strategico – non strettamente produttiva e commerciale – ancorata a Collecchio è soltanto l'epilogo minimo di una storia massima la cui trama ha origine nella mala gestio della famiglia Tanzi e si è sviluppato nell'intervento duro e chirurgico della magistratura.

È proseguito poi nel commissariamento e nel risanamento operato da Enrico Bondi, per concludersi nella acquisizione di Parmalat da parte di Lactalis. Che, appunto, negli anni l’ha trattata secondo le logiche semplificatrici ed un poco brutali riservate – in qualunque forma di capitalismo contemporaneo - a una società controllata. La storia di Parmalat è un paradigma della Storia italiana. La dipendenza dalla politica, prima di tutto. Un esempio: negli anni Ottanta appare legittima l’amicizia del cattolicissimo Calisto Tanzi con Ciriaco De Mita, ma suona irragionevole la scelta di aprire uno stabilimento nella sua – del segretario della DC – Nusco, con l’impianto diviso dalla rete autostradale da una cinquantina di chilometri di strade comunali e provinciali.

Negli anni Novanta, si materializza un’altra debolezza della Storia italiana: lo squilibrio fra l’attività industriale e la finanza di impresa. La produzione e la vendita di latte ha margini bassi e descrescenti. La scelta strategica di espandere il giro d’affari in attività strutturalmente poco redditizie, le diversificazioni familiari nel turismo e il lusso borghese della squadra di calcio cittadina rendono insostenibili – e non veritieri – i bilanci.

Nel 2003, la verità irrompe nella realtà. La Consob muove. E il castello di carta eretto da Tanzi e dal direttore finanziario Fausto Tonna cade. Le inchieste giudiziarie fanno di Collecchio – e di Parma, turbata dallo scandalo nel suo placido benessere – un palcoscenico più da dramma shakespeariano che non da melodramma verdiano. Gli arresti, un manager che si toglie la vita lasciando la moglie e due figli, la scoperta di una frode ai limiti della phantaeconomics, con montagne di denaro inesistente, come i 3,95 miliardi di euro della controllata Bonlat. Alla fine, il crack sarà quantificato in 14 miliardi di euro: poco meno di un punto di Pil italiano.

A operare prima come amministratore delegato e poi come commissario è Enrico Bondi, che in un quadro giuridico segnato dal decreto Marzano-salva imprese grazie a cui la Parmalat non fallisce, promuove delle “energiche” azioni revocatorie e risarcitorie verso le banche italiane ed estere, coinvolte nel dissesto, ottenendo da esse 2 miliardi di euro. Negli anni, la risanata Parmalat rimane quotata, ma non ha un azionista di controllo stabile. Nessun gruppo agroalimentare o nessun investitore italiano pensa ad acquisirla o a integrarsi con essa. Nel 2011, la Lactalis inizia a interessarsi a questa impresa solida, liquida (in cassa ha 1,5 miliardi di euro) e senza un imprenditore. I passaggi sono da manuale di investimento all’estero, peraltro nemmeno mediati dagli standard delle multinazionali anglosassoni ma segnati dal capitalismo rapido e diretto di una famiglia come i Besnier: l’acquisizione, la progressiva concentrazione in Francia delle funzioni più sofisticate, la preparazione dell’uscita dalla Borsa. Un atto classico della trasformazione in una semplice consociata di quella che era un tempo una azienda indipendente, ma che a sua volta – ben prima di questo epilogo - si era rivelata dipendente dai limiti – storici, profondi - dell’economia e della società italiana.

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...