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Parmigiano reggiano in tilt, il Consorzio toglie dal mercato 160mila forme per ridurre l’offerta e alzare il prezzo alla produzione

Il presidente del Consorzio, Bertinelli: «I primi sei mesi del 2020 hanno visto il mercato estero crescere del 15% e l'Italia del +5,2% in volumi»

di Ilaria Vesentini

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(Reuters)

Il presidente del Consorzio, Bertinelli: «I primi sei mesi del 2020 hanno visto il mercato estero crescere del 15% e l'Italia del +5,2% in volumi»


3' di lettura

Saranno ritirate dal mercato 160mila forme del re dei formaggi. Si valorizzeranno le lunghe stagionature, con il debutto del Parmigiano reggiano 40 mesi. E si penalizzeranno ulteriormente i produttori che sforano le quote assegnate aiutando invece chi cede il latte al di fuori della filiera: sono le tre gambe dello “sgabello” che il Consorzio di tutela del Parmigiano reggiano ha messo in pista per riequilibrare un mercato in tilt, prima scombussolato dal crollo dei listini per i dazi e le minacce di Trump e l'effetto Brexit e ora esploso per l'iper-domanda durante l'emergenza Covid.

Le impennate di acquisti e di prezzi al consumo non si riverberano però a monte, a causa dello sfasamento temporale dovuto alle stagionature: allevatori e casari stanno tuttora lavorando sottocosto, mentre i magazzini si svuotano.

Il boom dei consumi nel lockdown

«Stiamo vivendo una fase assolutamente positiva ed espansiva: i primi sei mesi del 2020 hanno visto il mercato estero crescere del 15% e l'Italia del +5,2% in volumi rispetto all'anno prima. Con un mercato estero che pesa il 41% significa un incremento in sei mesi del 9%», spiega il presidente del Consorzio, Nicola Bertinelli. Complice è stato anche il piano di marketing da 20 milioni di euro messo in campo lo scorso autunno per spingere la conoscenza e il posizionamento verso l'alto del Parmigiano, valorizzandolo come marca distintiva (a a prescindere dal marchio del produttore sulla Dop) con azioni sia tra i consumatori sia con le catene della Gdo. «Azioni, portate avanti sia in Italia sia all'estero – precisa il presidente – che hanno fatto schizzare le vendite da novembre 2019, con un +5% raddoppiato in gennaio e poi, da febbraio, l'esplosione legata agli extra consumi domestici: a febbraio +26%, a marzo +36%, ad aprile +18% a maggio +32%. Fatto sta che in sei mesi il Parmigiano ha aumentato del 4,5% la quota sul mercato italiano dei formaggi duri».

Lo sfasamento tra prezzi e volumi

Picchi insostenibili. Obiettivo del Consorzio è infatti stabilizzare produzioni e prezzi per garantire la tenuta della filiera, che dà lavoro a oltre 50mila persone tra le quasi 3mila stalle e i 330 caseifici lungo la via Emilia e accentra più del 15% della produzione italiana di latte fresco (certificato), che lo scorso anno ha prodotto 3,75 milioni di forme che valgono 1,5 miliardi di euro alla produzione ma 2,6 miliardi al consumo. Mentre la domanda impazziva e i magazzini si svuotavano, però, i prezzi al caseificio crollavano: da settembre scorso a maggio il prezzo del Parmigiano al caseificio è crollato del 30% addirittura andando sotto i costi di produzione (8 euro al chilogrammo), perché in autunno gli operatori, che fanno i prezzi prima delle stagionature, si aspettavano un crescente disallineamento tra domanda e offerta - con un forte aumento della seconda – di fronte a due minacce globali come i dazi di Trump (gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco del re dei formaggi made in Italy) e la Brexit (la Gran Bretagna è il quarto mercato estero).

Lo sgabello a tre gambe del Consorzio

È scattata così una risposta senza precedenti da parte del Consorzio, sulla scia delle decisioni assunte dall'assemblea dei soci lo scorso 24 giugno, battezzato “sgabello a tre gambe”, perché senza una gamba la struttura cede. «Per prima cosa, di fronte alla previsione che in futuro ci sarà in circolazione troppo Parmigiano reggiano rispetto alla domanda, abbiamo deciso di farci carico del 15% della produzione di settembre-dicembre 2019, ovvero le 160mila forme, che facciamo stagionare nei magazzini a un prezzo fissato per i caseifici di 8,25 euro al chilo, sopra quindi gli 8 euro di costo di produzione, e sono già arrivate adesioni dai soci per coprire il plafond – aggiunge Bertinelli -. La seconda gamba dello sgabello è la valorizzazione del prodotto, quindi la lunga stagionatura, con il progetto 40 mesi, un formaggio invecchiato buonissimo che arriverà sul mercato prima di Natale. La terza gamba è costituita dalle misure per contingentare la produzione».

Il Consorzio ha inasprito la contribuzione aggiuntiva che i produttori devono pagare se sforano le quote di latte e formaggio (pagheranno il 20% in più dal 2021) e ha implementato una strategia per poter “scolmare” il latte, secondo il gergo della millenaria denominazione: ovvero per cedere parte del latte in sovrappiù al di fuori della filiera, compensando economicamente gli allevatori. Mano tesa ai grandi produttori industriali . I segnali che arrivano dal mercato sono incoraggianti. kg a 7,65 per lo stagionato 12 mesi. «Contiamo di arrivare in autunno con un prezzo che arriverà a superare gli 8 euro di costo di produzione e di chiudere il 2020 con vendite equivalenti all'anno prima azzerando così gli squilibri», conclude Bertinelli.

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