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Parole e disegni per un “poemetto”

Le Edizioni Le Farfalle di Angelo Scandurra, hanno pubblicato il nuovo lavoro di Franco Marcoaldi “Il padre, la madre”

di Niccolò Nisivoccia


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4' di lettura

Le Edizioni Le Farfalle di Angelo Scandurra, nell'eleganza d'altri tempi che le contraddistingue, hanno pubblicato il nuovo lavoro di Franco Marcoaldi: “Il padre, la madre” (pp. 48, € 15). Si tratta di un “poemetto per coro e voce recitante”, come lo definisce lo stesso Marcoaldi nella quarta di copertina, nel quale alle parole si accompagnano i disegni di Marilù Eustachio, che infatti appare come coautrice tout court (e non solo: i primi cinquanta esemplari del libro contengono anche un'opera unica della Eustachio, in china su carta).
Disegni
Parole e disegni, dunque, in equilibrio paritario: dove le parole hanno consistenza quasi di suono e di musica, come sempre nella poesia di Marcoaldi, e dove i disegni, per quanto figurativi, sono da parte loro quasi più segni che figure – nella loro levità, così eterea da sfiorare la dissolvenza.

Le une, le parole musicali di Marcoaldi, parlano con le altre, le figure quasi in dissolvenza di Marilù Eustachio, in un dialogo di suggestioni ed evocazioni reciproche, come sottolinea benissimo anche Nadia Fusini nella nota introduttiva (quando scrive: “In modo mirabile questo specialissimo libro rinverdisce l'antico detto ut pictura, poesis – che sta all'inizio dell'affair tra pittura e poesia”).

Nel suo complesso, e nella sostanza, “Il padre, la madre” potrebbe essere descritto anche come una lunga preghiera, nell'accezione più laica ma insieme più trascendente che possa essere assegnata al concetto di preghiera, quale ad esempio gli viene conferita, da ultimo, da Gabriella Caramore nel suo recente “La parola Dio”: nell'accezione cioè di ricerca ineludibile, oltre i confini dell'esistenza materiale, di un bagliore, di un respiro, di un ordine nei pensieri, di un'origine, di qualcuno o qualcosa cui poter dire “tu”, pur riconoscendone il mistero, l'imprendibilità, l'invisibilità.

Qui sono proprio il “padre” e la “madre” il duplice “tu” al quale Marcoaldi e la Eustachio si rivolgono, o meglio: al quale si rivolge quel simbolico “figlio” espresso dalla voce recitante, cui fanno da controcanto, dall'inizio alla fine, le osservazioni del coro (tratte per lo più dai libri della Bibbia e dall'Eneide), la cui funzione sembra quella, di volta in volta, di dare fiato all'invocazione ma al contempo anche di incalzarla. È nel “padre” e nella “madre” che il “figlio” cerca quel bagliore, quel respiro, quell'origine che possano dare senso alla sua esistenza; ma se simbolico è il “figlio”, nella sua ricerca e nella sua invocazione, altrettanto lo sono il “padre” e la “madre”, che non sono sulla scena in carne e ossa bensì lo sono solo nel ricordo, nella memoria.

Del resto questo è un tema ricorrente, nella poetica di Marcoaldi: il colloquio ininterrotto che ciascuno di noi, nel proprio parlamento interiore, intrattiene con le presenze significative della propria vita, vive o morte che siano. Forse anzi in questo caso Marcoaldi è esplicito come non lo era mai stato in precedenza: “io non sono io”, arriva ad affermare il “figlio”, “ma quelli/che mi sono stati e che mi stanno/adesso intorno”. E quale presenza è più significativa, quale presenza è di per sé destinata a rappresentare l'origine di noi stessi più di quella del “padre” e della “madre”?
Il padre
Anche se da lontano, anche se solo nel ricordo (ed è peraltro questa presenza incorporea a dare ragione più di ogni altra cosa, probabilmente, della dissolvenza delle figure della Eustachio).
Il “padre”, la “madre”. Ma è il “padre”, fra i due, l'interlocutore principale del “figlio”, il quale a ben vedere lo ammette chiaramente: “Amare lei, perché ci si rispecchia in lui:/un labirinto che sconcerta e che confonde”. È quindi al “padre”, più che alla “madre”, che il “figlio” indirizza il suo “desiderio di un'essenziale/appartenenza”; è della sua Legge che avverte il bisogno, per dare quiete a questo desiderio. Ma attenzione: il “padre” di Marcoaldi non è il padre dimissionario, inerte, omissivo di cui parla Luigi Zoja nel suo “Il gesto di Ettore”, così come il “figlio” non è il “figlio-Edipo” né il “figlio-Narciso” di cui parla Massimo Recalcati.

Il “padre” di Marcoaldi non ha abdicato alla propria autorità simbolica, alla propria incarnazione della Legge; né il “figlio” sembra voler disconoscerlo in quanto tale. Semmai il “figlio” di Marcoaldi potrebbe far pensare a quel modello che lo stesso Recalcati riconduce a Telemaco, vale a dire al “figlio” che appunto la Legge la invoca, piuttosto che voler trasgredirla. E tuttavia non è vero neppure questo, perché il “figlio” di Marcoaldi sembra immune da quella malinconia dalla quale invece rischia di farsi pervadere Telemaco, derivante dall'attesa infinita di qualcuno o qualcosa che non arriverà mai. Al contrario: il “figlio” di Marcoaldi è consapevole del fatto che soltanto l'assenza del “padre” potrà essere per lui “vera presenza”, e che soltanto nel momento in cui lo avrà perso potrà dire di averlo ritrovato. Non esiste insomma una venuta da attendere ma solo un'eredità da conservare e rispettare, nel “cerchio umano stretto” del tempo, “che torna e ritorna su se stesso”, e dove, “Se inizio e fine ruotano sempre/lungo lo stesso, impercettibile/confine, è grazie a quel contatto/caldo, a quella salda stretta”.

Il coro
Le parole conclusive sono del coro: “Abba Mame Abba Mame”, “Padre Madre Padre Madre”. Ed è un'invocazione che suona finalmente quieta, finalmente pacificata. Ciascuno ha trovato finalmente la propria identità negli altri: il “padre” e la “madre” nel gesto di concedere la libertà al figlio, di consegnarlo alla Vita, il “figlio” nel riceverne la testimonianza, accettandola e facendola propria.

Franco Marcoaldi e Marilù Eustachio, Il padre, la madre, Edizioni Le Farfalle, 48 pp., € 15.

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