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Parte dal Centro Italia un maxi piano per l’idrogeno

Il progetto di Aecom è nelle mani della presidenza del Consiglio, dopo la positiva presentazione ai ministri Patuanelli e De Micheli

di Michele Romano

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(JHVEPhoto - stock.adobe.com)

Il progetto di Aecom è nelle mani della presidenza del Consiglio, dopo la positiva presentazione ai ministri Patuanelli e De Micheli


4' di lettura

Fare della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili e del suo utilizzo il vettore di sviluppo delle regioni dell’area del cratere sismico del 2016 e 2017: il progetto di Aecom (multinazionale dell’engineering con base a Los Angeles, 20,2 miliardi di dollari fatturati nel 2019 e 57 mila addetti nel mondo) è nelle mani della presidenza del Consiglio, dopo la positiva presentazione ai ministri Patuanelli (il Mise è capofila dell’iniziativa, ndr) e De Micheli e sarà presto oggetto di uno studio di fattibilità.

Il ragionamento alla base del progetto prova a dare una risposta alle criticità del Paese e non solo di quell’area degli Appennini centrali, che insiste tra cinque regioni: «L’Italia è un membro del G7 e il prossimo anno guiderà il G20 e non può permettersi il lusso di non ricostruire in tempi rapidi le infrastrutture danneggiate o distrutte da eventi imprevedibili – dice l’amministratore delegato per l’Italia, Gianmarco Lucchini -. E visto che le deve comunque ricostruire, può scegliere tra due opzioni: la prima è limitarsi a rifare quello che c’era prima; la seconda è fare in modo che la ricostruzione sia un’occasione di rilancio per i territori colpiti, anche ricorrendo a tecnologie innovative e sostenibili, in linea con le priorità dell’agenda europea e internazionale». Massimizzando così l’impatto sull'economia, sull’occupazione e, più in generale, sull’attrattività dei territori interessati.

Mettere a sistema progettualità in parte già esistenti ma scollegate tra loro utilizzando le nuove tecnologie e l’idrogeno verde, nel segno del Green Deal, fiore all’occhiello della Commissione Von der Leyen, ma anche uno dei serbatoi dai quali attingere risorse, insieme al Recovery Fund, al Piano #ItaliaVeloce, a quelle previste per le aree di crisi complessa. «I fondi ci sono già e vanno usati in modo alternativo così che gli investimenti restino effettivamente all’interno dei territori – sottolinea Lucchini -. Ma questa visione richiede anche know-how estero: siamo già in contatto con alcune aziende interessate ad investimenti in quell’area». Accanto al colosso americano per ora ci sono due partner ben conosciuti agli addetti ai lavori: Cinque International, la prima società italiana creata per produrre e commercializzare idrogeno verde, con sede operativa a Rieti, ed Ancitel Energia e Ambiente, quartier generale a Roma, che si occupa di ambiente a tutto tondo.

Nelle mani del governo ora ci sono quattro moduli tra di loro distinti ma complementari, cui si potranno aggiungere ulteriori progettualità in una fase successiva.

Il primo riguarda la realizzazione del Polo Idrogeno dell’Appennino centrale, in una delle aree di crisi industriale complessa del cratere sismico, dove localizzare un parco tecnologico specializzato nelle tecnologie dell’idrogeno e delle celle a combustibile, attraendo attività di ricerca, sviluppo e produzione industriale, come ad esempio di grandi impianti per l’elettrolisi dell’acqua e di mezzi pesanti a idrogeno per uso urbano e inter-urbano («è stata già da tempo avviata una fase esplorativa») e di sistemi integrati per l’alimentazione a idrogeno di mezzi stradali e ferroviari. «L’Italia non deve replicare quanto accaduto con solare ed eolico – osserva l’ad di Aecom -, diventando solo un grande mercato per la produzione di idrogeno verde e importando dall’estero il grosso delle tecnologie necessarie alla sua produzione. Meglio sarebbe, in un’ottica di economia circolare, utilizzare gli insediamenti industriali dismessi, risollevando un tessuto industriale oggi in crisi e portando nuova occupazione».

Il secondo modulo prevede la sperimentazione dei primi treni a idrogeno in Italia lungo i 315 km. della tratta che va da Sansepolcro (Arezzo) fino a Sulmona (L’Aquila), passando per Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo. «Abbiamo proposto al gruppo FS – spiega Lucchini - di sostituire i treni a gasolio a fine vita con treni elettrici a idrogeno e celle a combustibile: un cambiamento all’insegna dell’innovazione tecnologica con benefici ambientali ed economici, poiché l’idrogeno sarebbe prodotto in loco da imprese della zona a partire da fonti rinnovabili». Il terzo modulo è una diretta conseguenza: dar vita alla “Ferrovia dei due mari a idrogeno”, rimodulando il progetto della Fara Sabina-Rieti, oggetto di Accordo di Programma e previsto nei piani Rfi nel periodo post-2026, riducendone drasticamente i costi di realizzazione attraverso la rimozione di tutti gli elementi connessi all’elettrificazione tradizionale dell’infrastruttura ferroviaria. La nuova linea collegherebbe direttamente l’aeroporto di Fiumicino e Roma con il Reatino e, in un’ottica di sistema e di ottimizzazione dei costi, andrebbe ad utilizzare la stessa infrastruttura di produzione e rifornimento realizzata per la dorsale Sansepolcro-Sulmona. Con l’ambizione di prolungare la tratta fino ad Ascoli Piceno e Porto d’Ascoli, nelle Marche, lungo la direttrice est-ovest, che porrebbe fine all’isolamento dell’Amatriciano e del Piceno. Si tratterebbe di un investimento infrastrutturale «dai costi contenuti se paragonato alle risorse necessarie all’elettrificazione tradizionale della stessa tratta» e Roma diverrebbe così la prima capitale al mondo servita da treni a idrogeno.

Il quarto e ultimo modulo prevede la ricostruzione dei centri abitati maggiormente colpiti dal sisma adottando il nuovo modello delle comunità energetiche e facendo ricorso alle nuove tecnologie nei settori delle telecomunicazioni e dell’edilizia, pur nel rispetto del principio “dov’era, com’era”. Con una visione affascinante per la città di Amatrice, uno dei luoghi simbolo del terremoto e di una ricostruzione che a 4 anni di distanza fatica a prendere forma: farla diventare la vetrina del Green Deal europeo, attraendo ingenti investimenti per realizzare il primo caso di città sostenibile sul Vecchio Continente, sulla scia delle esperienze realizzate a Masdar City, negli Emirati Arabi Uniti, e Woven City, in Giappone, «dimostrando al mondo che l’Italia non è seconda a nessuno sul fronte della progettazione sostenibile e in grado di trasformare anche le peggiori disgrazie in opportunità di rilancio e sviluppo».

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