legge di bilancio

Parte l’assalto alla manovra. Governo in attesa del responso di Bruxelles

La manovra ha appena fatto il suo esordio al Senato e si annunciano modifiche anche rilevanti, fermo restando l'obiettivo fissato dal Governo dell'invarianza complessiva dei saldi.

di Dino Pesole


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3' di lettura

Dalla plastic e sugar tax, alla stretta sulle auto aziendali per finire con l'insieme di micro interventi in materia fiscale il cui conto complessivo supera i 5,5 miliardi. La manovra ha appena fatto il suo esordio al Senato e si annunciano modifiche anche rilevanti, fermo restando l'obiettivo fissato dal Governo dell'invarianza complessiva dei saldi.

Una manovra da 30 miliardi
In poche parole, l'impatto complessivo della manovra dovrà mantenersi attorno ai 30 miliardi di partenza, 23,1 dei quali sono diretti ad evitare l'aumento dell'Iva e delle accise che altrimenti sarebbe scattato inesorabilmente dal prossimo 1° gennaio. I fronti aperti sono molteplici, e potrebbero aggiungersene degli altri, qualora la crisi dell'ex Ilva ora giunta al suo atto finale in seguito alla decisione di ArcelorMittal di recedere dal contatto rendesse necessario far fronte con risorse pubbliche all'impatto che ne deriverebbe in termini occupazionali.

L'emergenza lavoro
È un fatto che mentre la maggioranza si divide sull'impatto di misure fiscali certo rilevanti ma non risolutive per il Paese, l'emergenza vera si fa strada sul piano sociale e si conferma il lavoro. La manovra in discussione al Senato prova a scommettere sugli effetti del taglio del cuneo fiscale che partirà a metà 2020 (lo stanziamento é di 3 miliardi), a meno che non prevalga la tesi di quanti (Italia Viva tra questi) propone di procrastinarne l'entrata in vigore a ottobre, così da finanziare l'abolizione della plastic tax (difesa invece a spada tratta dal Movimento Cinque Stelle) e la radicale revisione della stretta sulle auto aziendali.

Manovra in Senato: il calendario della sessione di Bilancio

Ardua l'uscita dalla stagnazione
Se si guarda alle cifre, che la Commissione europea si appresta ad aggiornare con le sue prossime stime in arrivo il 7 novembre, l'uscita dal tunnel della stagnazione appare al momento ardua: se andrà bene, il Pil crescerà nel 2020 attorno allo 0,6% contro lo 0,1% atteso a fine 2019, e il recente rapporto dello Svimez ha posto con assoluta evidenza la portata dei problemi da affrontare, con il Mezzogiorno in recessione e la fuga dei nostri giovani all'estero.

Puntare a un vero New deal
Sarebbe opportuno e auspicabile che si decidesse di porre in secondo piano le polemiche politiche utili forse a recuperare qualche consenso per avviare una discussione seria che coinvolga Governo, Parlamento, parti sociali per puntare a un vero New deal che ponga al centro il tema degli investimenti produttivi, in particolare nei settori ad alto potenziale in termini di impatto sull'occupazione, green e tecnologie digitali.

Il sentiero della crescita
Il problema della bassa produttività non nasce oggi, e va affrontato con coraggio e decisione. Scopo della manovra – afferma il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri – “è condurre l'economia sul sentiero della crescita nella sostenibilità della finanza pubblica”. Obiettivo condivisibile, a patto che si offra una prospettiva credibile di medio periodo sul piano della crescita e della riduzione del debito, pur tenendo conto di un ciclo internazionale alle prese con quello che il numero uno del Fmi, Kristalina Georgieva ha definito un “rallentamento sincronizzato” delle economie mondiali.

Il parere di Bruxelles
Per quel che riguarda il confronto con Bruxelles, dopo aver rese note le nuove previsioni macroeconomiche la Commissione europea emetterà entro fine mese il suo parere sulla legge di Bilancio. Rispetto a un anno fa, quando la manovra venne rispedita al mittente “per evidenti e gravi deviazioni” dal percorso di rientro dal debito, tanto che poi il governo gialloverde fu costretto a un repentino dietro front per evitare la procedura d'infrazione, il clima è radicalmente mutato. In più la circostanza che ad esprimere il primo (e necessariamente interlocutorio) parere sia la Commissione Juncker lascia intendere che il giudizio finale non potrà che essere rinviato alla prossima primavera quando la commissione presieduta da Ursula von der Leyen si sarà finalmente insediata.

La flessibilità
Certo Bruxelles guarda con attenzione agli esiti del dibattito parlamentare sulla manovra, e vigilerà per verificare se al termine del suo percorso di approvazione i saldi di finanza pubblica abbiano o meno subìto stravolgimenti di sorta. Stando al testo approdato in Senato la differenza che separa il deficit nominale a legislazione vigente (1,4% del Pil) e il deficit programmatico (2,2%) fa salire a 16,2 miliardi la “flessibilità” che il Governo chiede a Bruxelles. Una cifra ragguardevole che dovrà essere sostenuta dal rispetto degli impegni assunti, sul versante della riduzione del debito e delle riforme annunciate nel Documento programmatico di Bilancio. In caso contrario, pur all'interno del mutato clima tra Roma e Bruxelles, sarà arduo evitare di finire nuovamente nel girone dei “sorvegliati speciali”.

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