Partita europea per conciliare globalizzazione e sostenibilità

Se avverrà, il reshoring avverrà a livello continentale, non nazionale

di Andrea Goldstein

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(EPA)

Se avverrà, il reshoring avverrà a livello continentale, non nazionale


3' di lettura

Reshoring è una parola molto alla moda in questi tempi e ci sono indubbiamente motivi convincenti per auspicarla. La pandemia ha mostrato la vulnerabilità delle economie occidentali all’allungamento geografico delle catene di valore, alla ricerca di una sempre crescente redditività del capitale e alla simultanea riduzione delle scorte. I rischi sono sotto gli occhi di tutti: le fabbriche di automobili in Europa hanno sospeso l’assemblaggio già a febbraio quando a causa del lockdown nell’Hubei non arrivavano più parti e componenti; l’opinione pubblica ha appreso quasi con sgomento che l’80% dei principi attivi dei farmaci sono prodotti in Cina e India, una quota che si è moltiplicata per quattro in 30 anni; la penuria di reagenti, i cui fornitori sono sempre di meno, ha rallentato la profilatura dei contagiati. Per non parlare delle famigerate mascherine, la cui produzione nei Paesi ricchi è quasi scomparsa, lasciandoci l’umiliante immagine dell’atterraggio a Fiumicino il 12 marzo del “dono” della Crocerossa cinese. Alcuni sostengono addirittura che il reshoring non sia ormai più una mera opzione, ma vada considerata una vera e propria condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema economico e sociale, per conciliare globalizzazione e sostenibilità.

Non c’è dubbio che ritornare al business as usual sarebbe un errore, forse fatale. Anche i più inguaribili ottimisti sulle sorti magnifiche e progressive del capitalismo sono costretti a interrogarsi sui limiti della nuova distribuzione internazionale del lavoro, sulla qualità dell’occupazione, sulle modalità di finanziamento, sull’impatto ambientale. Meno chiaro però, come vada riformata una geografia globale dell’industria (manifatturiera e terziaria) che si è dimostrata impreparata ad auto-regolarsi e a gestire il proliferare di rischi difficilmente controllabili e pertanto forieri di destabilizzazione sistemica.

Tornare al protezionismo e all’autarchia non conviene a nessuno. Pur con molti limiti, la liberalizzazione del commercio, degli investimenti e della finanza ha consentito a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà. La segmentazione della produzione è servita a sfruttare a ogni stadio economie di scala e di specializzazione, rendendo più efficiente l’intero processo. Pensare di nazionalizzare la ricerca del magico vaccino contro Covid-19 (e i suoi successori) è una pericolosa utopia di leader miopi e farebbe solo perdere tempo. La globalizzazione ha però avuto effetti redistributivi che vanno contrastati con una riqualificazione dell’intervento pubblico: c’è bisogno di uno Stato stratega che garantisca la fornitura di beni pubblici, riduca l’incertezza per chi investe nel lungo periodo e protegga chi ha difficoltà a competere nell’economia globale. Si può invece fare a meno di nuove imprese pubbliche dall’incerta missione e dei sussidi a pioggia che premiano lobby e cacciatori di rendite.

All’atto pratico, va innanzitutto riconosciuto che il reshoring avverrà, se avverrà, a livello continentale, non nazionale e che sarà accompagnata da crescente automazione e robotizzazione della produzione. In altre parole, non vale la pena vagheggiare un’improbabile reindustrializzazione massiccia e creazione di posti di lavoro in Italia (e tantomeno nel Mezzogiorno), ma piuttosto sviluppare le condizioni perché l’Europa nel suo complesso diventi più attrattiva (investimenti nelle infrastrutture fisiche e della conoscenza, realizzazione del mercato unico cui ancora mancano svariati tasselli) e faccia sentire la sua voce sui dossier che definiranno le regole della nuova governance post-coronavirus (vaccini, Big data, carbon tax, labor standards).

All’interno di catene europee di produzione, il Paese può giocare le sue carte, ma occorre consapevolezza che la prova che ci attende è durissima, che la solidarietà dell’Europa, se i simpatici frugali la consentiranno, non sarà cieca e che gli errori (come quello di dimenticare Industria 4.0 nel decreto Rilancio, successivamente arginato con il decreto attuativo che inquadra i nuovi crediti di imposta per ricerca e sviluppo e per l’acquisto di beni strumentali) rischiano di costare caro.

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