LA SOLUZIONE ALLO STUDIO

Partite Iva, doppio regime sulla flat tax: scelta tra minimi e forfettari

Governo e maggioranza studiano come lasciare l’attuale forfettario fino a 30mila euro di ricavi e compensi e poi come consentire la scelta tra analitico e forfettario da 30mila a 65mila euro. Per chi opta per la fattura elettronica si allentano i vincoli antiabuso su beni strumentali e costi del personale

di Marco Mobili e Giovanni Parente


Abusi nelle partite Iva, scattano i controlli

3' di lettura

Nel bailamme di riunioni e tavoli tecnici che precedono la messa a punto della manovra spunta anche l’ipotesi di un compromesso sulle modifiche alla flat tax al 15% per le partite Iva. Un’ipotesi su cui potrebbe registrarsi la convergenza tra le forze di maggioranza, dopo le sottolineature arrivate dal Cinque Stelle e pubblicate sul blog del Movimento : «La flat tax per le partite Iva sotto i 65mila euro l’abbiamo introdotta noi lo scorso anno, perché è una misura che aiuta i giovani professionisti. Colpire due milioni di giovani professionisti per finanziare altri provvedimenti significa alimentare una guerra tra poveri. Noi non ci stiamo».

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Doppio regime e opzionalità tra minimi e forfettari
La soluzione che i rappresentanti di M5S, Pd, Leu e Italia Viva stanno studiando e su cui, insieme agli altri temi caldi oggetto di divisione (dal tetto al contante alla sugar tax, dalle imposte sulla casa alle sanzioni sul Pos), si troveranno faccia a faccia a inizio della prossima settimana prevede in sostanza un doppio regime. Da un lato, il forfettario resterebbe fino a 30mila euro di ricavi o compensi. Dall’altro, si potrebbe lasciare la scelta tra analitico e forfettario da 30mila a 65mila euro. Il tutto sempre con aliquota invariata al 15% (o al 5% in caso di start up).

In questo modo non si sconfesserebbe quanto indicato nel Dpb e allo stesso tempo si verrebbe incontro alle richieste arrivate dalle categorie produttive, con i rappresentanti di Rete imprese Italia che hanno già manifestato la loro contrarietà al ritorno obbligato e per tutti (quindi senza distinzione di ricavi o compensi) del calcolo analitico tra ricavi e costi sostenuti nell’attività (e documentabili).

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Soprattutto perché senza forfettizzazione del reddito si rischierebbe di penalizzare le piccolissime partite Iva, come i professionisti e i free lance che magari lavorano da casa e per i quali è difficile (se non impossibile) distinguere analiticamente i costi sopportati. Con la conseguenza di un pesante rincaro in termini di imposte e contributi, che sarebbero calcolati sull’intero (o quasi) importo dei compensi incassati senza poter dedurre una percentuale forfettizzata di costi che abbatte l’imponibile.

La fattura elettronica per evitare i tetti su beni strumentali e personale
L’altra ipotesi che si sta valutando è quella di usare la fattura elettronica (che oggi non è obbligatoria per le partite Iva in flat tax) come leva di compliance. E per spingere all’invio dei documenti digitali alle Entrate si starebbe pensando di offrire come contropartita in termini di compliance un allentamento della stretta in arrivo che prevede la reintroduzione di un tetto sugli investimenti in beni strumentali e sugli emolumenti a collaboratori o dipendenti. In pratica, chi si trova nel regime agevolato tra 30mila e 65mila euro di ricavi potrebbe usufruire di una sorta di regime premiale se decidesse di optare volontariamente per l’adempimento della fatturazione elettronica.

Una conferma sulla direzione che si intende percepire è arrivata dal viceministro all’Economia Antonio Misiani intervenuto a Radio Capital: «Mettiamo alcuni paletti limitati alla flat tax da zero a 65 mila euro ma con un’incentivazione per chi passerà volontariamente alla fatturazione elettronica. Questo nell’ottica di completare il sistema di fatturazione elettronica che permette di recuperare parte dell’evasione fiscale».

Addio alla flat tax del 20% tra 65.001 e 100mila euro
Nessuna speranza per la flat tax al 20% per le partite Iva tra 65.001 e 100mila euro di ricavi o compensi, che era stata prevista dalla legge di Bilancio dello scorso anno e avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2020. Una misura per cui, come confermato dallo stesso Misiani, «non era stata richiesta l’autorizzazione necessaria» alla Commissione europea. Uno stop che consentirà a Governo e maggioranza di trovarsi un tesoretto di 2,1 miliardi in tre anni (2020-2022) da destinare su altre misure.

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