il cesarismo di salvini

Come cambia la politica: il partito elettorale del leader pigliatutto

L’implosione delle <i>élite </i>democratiche, la nascita del leader pigliatutto e l’estrema volatilità del modello di partito-piattaforma digitale: sono tre fenomeni della transizione politica italiana<b/>

di Carlo Carboni


Crisi di governo, duello sui tempi

4' di lettura

L’implosione delle élite democratiche, la nascita del leader pigliatutto (influencer come Berlusconi, Renzi e Salvini) e l’estrema volatilità del modello di partito-piattaforma digitale, che sta cercando di scalzare i partiti televisivi e quel che resta dei partiti di massa (P. Gerbaudo, 2018). Sono tre fenomeni della transizione politica italiana, che si intrecciano nelle recenti vicende politiche.

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La contraddizione, spesso evocata, tra popolo ed élite è estinta da tempo nell’agone politico italiano. Perché partiti e movimenti populisti siedono al governo e non si capisce quale sia l’élite politica che il popolo debba contrastare. Inoltre, perché l’improbabile ossimoro della scienza politica - élite democratica - è da tempo in crisi. Non esiste più un’élite politica traente, decisiva in occasione di grandi accordi o svolte politiche, nella gestione dei meccanismi del consenso: un’élite di partito e di organizzazioni intermedie in grado di condizionare e persino vincolare ideologia e strategia dello stesso leader di partito. È vicenda di ieri, dei partiti di massa e delle élite democratiche, di cui il leader di partito era la sintesi capace di toccare corde emotive e di intercettare anche aspettative latenti del pubblico.

Le élite politiche odierne sono, in un modo o nell’altro, cooptate dal leader, sono il suo cerchio magico. Vivono di luce riflessa del capo. Nessuna selezione certificabile, solo lealtà verso il capo del cartel party: una pseudo-élite di nominati più che élite democratiche, selezionate dai partiti e dagli elettori. Queste ultime sono soffocate dalla selezione avversa a opera degli attuali partiti del leader.

L’arco temporale, tra la crisi dei partiti di massa e delle loro élite e i tentativi di innovare la forma partito, ha visto l’esplosione di una frattura sentimentale tra società e politica, tra individui e partiti. Da un canto, negli ultimi due decenni, nella società è montata un’indifferenza di massa all’evento elettorale, con tassi d’astensione sempre più prossimi alla metà degli elettori, crollo degli iscritti e della partecipazione tradizionale nei partiti, soprattutto dei giovani. Una uscita dalla scena politica, che appare un mix di lealtà passiva “a quello che i politici fanno comunque”, ma, a volte, anche un’astensione rancorosa. Inoltre, si è allargata anche la voice di protesta, che è attualmente al governo.

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Dall’altro canto, i partiti, cercando di inseguire le trasformazioni del loro pubblico, si sono mediatizzati, finanziarizzati, professionalizzati: ma, soprattutto, personalizzati, fino a concentrarsi sul leader che sa andare direttamente al suo pubblico, grazie ai social e alle piazze. Riesce a colmare il vuoto politico quotidiano, spesso con slogan di “disattenzione di massa”, che suscitano un fiume di parole sui media. È lui la nuova moneta vincente del potere politico. In un mondo in cui le percezioni valgono più dei fatti e i follower più degli iscritti, il capo riesce a influenzare aspettative, umori ed emozioni del suo pubblico potenziale e detta legge nel partito. Non più il partito pigliatutto teorizzato da Otto Kirchheimer, ma partito elettorale del leader pigliatutto.

Del resto, nel governo gialloverde - contro pronostico - la crescita straordinaria dei consensi a un partito pesante come la Lega, “alleggerito” da un capo mediatico come Salvini, conferma la primazia del partito cesarista. Le élite regionali leghiste da tempo si candidano a nuova élite nazionale, a un’egemonia culturale, ma il moltiplicatore elettorale dirompente è il cesarismo di Salvini , che mira dritto al consenso plebiscitario. (Secondo Margaret Canovan - 1999 -, il leader populista non ha caratteri precisi: lo sostiene la retorica, l’empatia comunicativa e un popolo incolto e credulone.)

Il modello di partito digitale, incarnato dal M5S (piattaforma Rousseau), fino a un anno fa, sembrava il futuro politico italiano, una second-life del modello di partito. Dopo il partito di massa e quello televisivo di Berlusconi, ecco, contromano, il partito digitale. Al contrario, è crollato nelle recenti consultazioni sia a causa di un’élite di governo in perenne “apprendistato”, sia perché rimpiazzare Grillo con Di Maio, non funziona. Il carisma di Grillo spiega molto la sete di rivincita del suo pubblico. L’exploit mediatico ed elettorale di Salvini su Di Maio dimostra che i capi-persuasori fanno la differenza. Il M5S può rappresentare anche la vera novità, che prospetta un futuribile modello di partito-piattaforma, che dà voce al suo pubblico, un movimento nato grazie alla rete; ma, con Grillo laterale, Salvini, per ora, si è fatto un bel boccone di voti pentastellati.

La Rete è per vocazione populista, ma anche fortemente cesarista, focalizzata su capi carismatici, gli unici (tecnocrazia a parte) in grado di compensare il collasso di fiducia verso le élite politiche democratiche. Un vuoto che i leader colmano con la capacità personale di intercettare il mood “popolare”, di raccogliere il consenso plebiscitario di un pubblico mai consapevole di esserlo. Tanto meno ai tempi del partito del leader pigliatutto.

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