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Partono le unità speciali per 30mila pazienti a casa

Le Regioni attivano i primi team di medici per le cure domiciliari dei contagiati. Nuovi casi ancora in lieve calo, ma le vittime tornano a crescere

di Marzio Bartoloni


Coronavirus: medici chiedono saturimetro, salvavita in quarantena

3' di lettura

A Piacenza le prime quattro il 25 marzo, altre 26 in Toscana lunedì 30 marzo mentre a regime saranno 35. Il Veneto ne sta mettendo a punto 73, l’Abruzzo 16 e la Lombardia ha appena deliberato la loro creazione in tutta la Regione. Sono le unità speciali anti Covid-19 a cui spetta il compito di andare casa per casa ad aiutare i quasi 30mila italiani contagiati dal coronavirus e ora in isolamento domiciliare e gli almeno 100mila casi sospetti, a cui fare il tampone per scoprirne l’eventuale positività. Il loro obiettivo è evitare che chi è contagiato a casa non peggiori e diventi poi così grave da dover essere spedito in tutta fretta in terapia intensiva dove i letti sono contati.

Una strategia che forse, se messa in pista prima, avrebbe evitato qualche vittima lì dove i casi si sono moltiplicati in fretta e si è aspettato troppo, decidendo i ricoveri quando le condizioni erano già critiche. Queste unità ora potrebbero diventare cruciali se si confermerà il calo della crescita dei contagi e soprattutto dei ricoveri che si è visto anche martedì 24 marzo: i positivi sono saliti di 3.612 (3.780 lunedì) e le terapie intensive di 192, solo di 11 in Lombardia. Negativo invece il dato dei morti: 743 (lunedì 601).

In Italia, di queste unità speciali, ne dovrebbero nascere secondo i piani del Governo oltre mille: una ogni 50mila abitanti. Si tratta di mini-team sanitari che lavorano coordinandosi con medici di famiglia e pediatri che gli segnalano in quali case andare a bussare alla porta. Queste piccole équipe mediche che si muovono porta a porta saranno equipaggiate di tutto punto con dispositivi di sicurezza (tute, mascherine, ecc.) e dotate di saturimetri per verificare l’ossigenazione nel sangue ed ecografi palmari. Ma tra le loro dotazioni ci potranno essere anche i farmaci, in particolare i cocktail di antivirali.

Questi team non sono una invenzione di qualche Regione, ma sono previste nell’articolo 8 del decreto sanità arrivato in Gazzetta lo scorso 9 marzo. Dove si definisce l’identikit delle Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale, che dovranno fare da sentinelle anti Covid-19 sul territorio sette giorni su sette dalle 8 alle 20. Il decreto prevede l’istituzione di un’unità ogni 50mila abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti: in pratica per tutta Italia ne servirebbero quasi 1.200. Nei team saranno assoldate guardie mediche, ma anche specializzandi e medici appena laureati abilitati.

«L’obiettivo - spiega Anna Maria Andena del dipartimento Cure primarie dell’Ausl di Piacenza - è quello di intercettare precocemente e il più rapidamente possibile casi che possono evolvere verso insufficienza respiratoria da coronavirus». Sarà valutato caso per caso anche se effettuare il tampone: i destinatari del servizio saranno primariamente quelle persone che, per età avanzata o per quadro clinico fornito dal medico di famiglia, potrebbero evolversi in modo più problematico. E sempre a Piacenza, uno dei focolai più importanti, queste squadre di camici bianchi somministreranno se necessario la terapia anti-virale.

In Lombardia, dove i pazienti in isolamento domiciliare sono ben 9mila, un terzo di quelli italiani, l’Agenzia per la tutela della salute ha appena approvato la delibera che dà il via libera a queste Unità speciali. Con l’assessore al Welfare Giulio Gallera che ha annunciato l’acquisto di 10mila saturimetri con cui i medici potranno monitorare i pazienti a casa. Il governatore toscano Enrico Rossi utilizzerà questi team anche per fare più tamponi a tutti i casi sospetti: «L’obiettivo è di arrivare ad effettuare almeno 40.000 tamponi».

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